Carlo Bonomi
Questo articolo è la traduzione italiana (in versione lunga) di “Flight into sanity. Jones’s allegation of Ferenczi’s insanity reconsidered” International Journal of Psychoanalysis, 1999, 80, pp. 507-542, che è stato tradotto e pubblicato nella versione originale nelle seguenti lingue:
- “Pako terveyteen”, Psykoterapia [Helsinki] 1999/4: 2-25 (part 1), 2000/1: 3-25 (part 2).
- “Fuga para a sanidade. Novo estudo sobre a alegacao de Jones a respeito da deteriracao mental de Ferenczi”, Livro Anual de Psicanálise, 2001; XV, 183-216.
- “Vuelo hacia la cordura. Una nueva consideración de las afirmaciones de Jones relativas al deterioro mental de Ferenczi”, Libro Anual de Psicanálisis, 2001, XV, 187-222.
e nella versione breve in:
- “L’allégation de Jones, sur la détérioration mentale de Ferenczi”, Le Coq-Héron, 154, Fevrier 1999, pp. 59-67.
- “Il giudizio di Jones sul deterioramento mentale di Ferenczi: un riesame”. In: Franco Borgogno (a cura di), La partecipazione affettiva dell’analista. Il contributo di Sandor Ferenczi alla psicoanalisi contemporanea. Milano: Franco Angeli, 1999, pp. 377-386
- “Ferenczi’s “geistiger Verfall”: Jones’ Behauptung neu bewertet”, Psyche, 53/5, Mai 1999, 408-418.
- “L’allégation de Jones concernant la détérioration mentale de Ferenczi: une réévaluation”, Filigrane, vol. 9, n. 1, 2000, 53-61.
“La fuga nella normalità [flight into sanity] di Freud potrebbe essere qualcosa da cui noi psicoanalisti stiamo cercando di guarire” (D.W.Winnicott, 1964, p. 450).
1. L’allegazione di Jones
Quando Horacio Etchegoyen si trovava al vertice dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA.), decise di includere nella presentazione del Roster del 1996/7 queste inusuali osservazioni:
Per amore di precisione storica ritengo necessario apportare una correzione alla lista dei presidenti. Quando ho visitato Broomhills per la prima volta, ho notato una palese omissione nella galleria dei ritratti dei presidenti: mancava Sándor Ferenczi. Fondatore della nostra associazione al Congresso di Norimberga (1910) e, forse, primo analista della nostra storia dopo Freud, di fatto egli era stato presidente dell’IPA, essendo stato eletto al quinto congresso dell’IPA (Budapest, settembre 1918).
Etchegoyen proseguì ricostruendo gli eventi che, nell’ottobre del 1919, avevano spinto Ferenczi, definito "generoso e onesto come sempre", a chiedere a Ernest Jones di prendersi temporaneamente cura degli affari dell’associazione e, più tardi, nel corso del congresso dell’Aja del 1920, a dimettersi. Nonostante che questo atto di riparazione sia certamente lodevole, tuttavia, se si considera l’intera storia che sta dietro alla esclusione di Ferenczi dalla galleria dei presidenti, esso può forse apparire insufficiente.
Ernest Jones, che era stato eletto presidente dell’IPA negli anni 1920, 1922, 1932, 1934, 1936, 1938 rimanendo in carica sino al 1949, quando venne infine proclamato presidente a vita, a coronamento della sua prestigiosa carriera divenne il biografo ufficiale di Freud, godendo dell’accesso a documenti la cui consultazione era ristretta, e si impegnò a comporre quella che rimane a tutt’oggi la più importante opera sulla nascita del movimento psicoanalitico, la Vita e Opere di Sigmund Freud, che uscirà in tre volumi dal 1953 al 1957. Nel terzo e ultimo volume, Jones spiegò la terza ondata di dissenso (dopo quelle di Adler e di Jung) come una conseguenza del progressivo deterioramento mentale di alcuni dei membri del Comitato che aveva governato il movimento psicoanalitico:
Due dei membri, Rank e Ferenczi, non riuscirono a resistere fino in fondo. Rank in modo drammatico, come racconteremo, e Ferenczi in modo più graduale verso la fine della sua vita, svilupparono delle manifestazioni psicotiche che si estrinsecarono, tra l’altro, in un allontanamento da Freud e dalle sue dottrine. Germinò finalmente il seme di una psicosi demolitrice, rimasto per tanto tempo invisibile. (Jones, 1957, p. 65, corsivo aggiunto)
L’"eresia” al centro della crisi di 1924, riguardava l’interesse che Rank e Ferenczi nutrivano per l’Erlebnis (il “vissuto esperienziale”) nella situazione psicoanalitica o, nelle parole di Jones, “la teoria che vuole che lo studio del ripetersi di un’esperienza possa rimpiazzare la necessità di una più profonda analisi genetica: cioè che la terapia dell’Erlebnis potesse sostituire la psicoanalisi” (ibid. p. 95). La crisi del 1924 si concluse due anni dopo con la defezione di Rank, dunque con un esito simile a quello di Jung, anche se “Jung non era afflitto da alcuna di quelle turbe mentali che tormentavano Rank” (p. 81, corsivo aggiunto). Quanto a Ferenczi, per Jones era stato il dispiacere per la mancata elezione a Presidente dell’associazione che aveva portato alla luce i suoi problemi mentali, spingendolo a ritirarsi dai programmi dell’associazione e “a seguire delle direttive sue proprie che divergevano pericolosamente da quelle generalmente accettate nei circoli psicoanalitici” (p. 179), ripetendo in tal modo gli stessi errori compiuti da Rank. Questi errori, relativi alla tecnica e alla teoria, derivavano dall’ostilità che egli nutriva verso Freud, una ostilità profonda che inizialmente era stata spostata su Jones e che infine aveva trovato una via di espressa diretta tra il 1929 e il 1930, quando “la salute mentale di Ferenczi apparve gravemente compromessa” (p. 180). Il fatto a cui Jones faceva riferimento, e che era stato ricordato dallo stesso Freud nel saggio Analisi terminabile e interminabile del 1937, era che Ferenczi si era lamentato che questii “non aveva analizzato la sua ostilità repressa nelle tre settimane di analisi di quindici anni prima” (lettera del 17 gennaio 1930). Jones aggiunse che “Per vari anni Ferenczi aveva nascosto a Freud le sue crescenti divergenze in campo scientifico” (pp. 180 sg.), e quindi, sempre riferendosi a questo crescente disaccordo ed “isolamento patologico”, così descrisse la malattia che nel 1933 determinò la morte prematura di Ferenczi:
Le cure riuscirono a tenere a bada l’anemia, ma in marzo il male, come accade talvolta, attaccò il midollo e il cervello e negli due ultimi mesi di vita non poté né reggersi in piedi né camminare: questo esacerbò senz’altro le sue latenti tendenze psicotiche (pp. 208 sg., corsivo aggiunto).
Secondo Jones, la leggenda che Freud avesse maltrattato Ferenczi, sostenuta dai suoi allievi in America e in particolare da Izette de Forest e Clara Thompson, era del tutto falsa. Non solo, ma era “molto probabile che lo stesso Ferenczi, nel suo stato delirante finale, abbia creduto e diffuso elementi di queste dicerie” (p. 209, corsivo aggiunto). Così, commentando la preoccupazione di Ferenczi per il nazismo e il fatto che, subito dopo l’incendio del Reichstag a Berlino, nel Marzo del 1933, egli aveva cercato di convincere Freud di fuggire dal pericolo nazista lasciando l’Austria, Jones aveva scritto che “nella sua follia c’era una certa logica” (p. 189). Poi, ribadendo che “negli ultimi mesi la malattia mentale aveva fatto rapidi progressi” (p. 210), aveva elencato una serie di elementi a sostegno delle sue parole: i messaggi telepatici che Ferenczi riceveva da una sua paziente negli Stati Uniti, i “deliri sulla supposta ostilità di Freud”, e infine “le violente crisi paranoidi ed anche omicide” a cui aveva fatto seguito “una morte improvvisa il 24 maggio” (p. 211, corsivi aggiunti; il giorno esatto della morte è il 22 maggio; il 24 Ferenczi venne sepolto). Traendo le conclusioni, Jones descrisse l’ultimo periodo di vita di Ferenczi, e quindi anche tutte le innovazioni tecniche e i contributi teorici di quegli anni, come un periodo pesantemente condizionato dai progressivi disturbi mentali: “I demoni interiori all’agguato, contro i quali Ferenczi aveva lottato per anni con gran pena e ottimi risultati, lo sopraffecero infine” (p. 211).
Queste affermazioni non furono accettate da tutti. Quando apparve il terzo volume della biografia di Freud, vi fu qualcuno che protestò. Fra questi vi era Michael Balint, l’allievo più vicino a Ferenczi e il suo esecutore letterario, il quale, ritenendo che non vi fossero le condizioni per distinguere il vero dal falso, propose di registrare il disaccordo rispetto alle imputazioni di Jones, “affidando alla prossima generazione il compito di far emergere la verità” (Balint, 1958, p. 66).
Ora, per quanto negli ultimi anni l’atteggiamento della comunità analitica verso Ferenczi e il suo lavoro sia profondamente cambiato, il problema della sua presunta pazzia è stato per lo più evitato, così, sebbene siano stati compiuti importanti passi in questa direzione (Lorand, 1960; Hermann, 1974; Roazen, 1975, pp. 366-71; Dupont, 1987; Haynal, 1989, p. 54; Eros, 1989; Aron e Frankel, 1994), dopo quarant’anni il desideratum di Balint non é stato ancora del tutto realizzato. Lo scopo di questo saggio é proprio quello di venire incontro all’auspicio di Balint. Per prima cosa tracceremo i contorni della complessa genesi delle dichiarazioni di Jones, cercando di identificare le prove sulle quali egli basò le sue affermazioni. A questo fine, tenteremo di ricostruire brevemente l’incomprensione tra Freud e Ferenczi tra il 1929 e il 1932, il periodo della malattia terminale di Ferenczi (1932-33), le considerazioni di Jones su Ferenczi nel periodo che si estende dal necrologio (1933) fino alla pubblicazione del terzo volume di Vita e opere di Freud (1957). Quindi, ci interesseremo delle reazioni alle dichiarazioni di Jones, tentando di definire il valore delle proteste e delle critiche a suo tempo sollevate; ci concentreremo anche sulla linea difensiva di Jones, affrontando la questione del suo “anonimo testimone oculare”, e infine cercheremo di capire se e come la credenza nella pazzia di Ferenczi abbia svolto una funzione nella comunità psicoanalitica.
2. Il disaccordo tra Ferenczi e Freud dal congresso di Oxford (1929) a quello di Wiesbaden (1932)
L’esame della corrispondenza epistolare tra Freud e Ferenczi conferma che quest’ultimo ebbe una certa delusione per non essere stato eletto Presidente dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi (IPA) al congresso di Oxford, nel 1929, e che questo segnò una importante svolta nella relazione tra i due. Non è però vero che Ferenczi, in seguito a questa delusione, “cominciò a sviluppare una propria linea di pensiero assai divergente da quelle generalmente accettate nell’ambiente psicoanalitico”, dato che già la relazione presentata al congresso di Oxford era espressione della nuova direzione. Si può anche pensare che certi aspetti del nuovo orientamento – come l’idea che l’origine delle nevrosi fosse da ricercarsi nella mancanza di sensibilità o nella crudeltà dei genitori – potrebbero averlo aiutato ad elaborare la delusione, mettendolo in contatto con gli aspetti rifiutanti di Freud in quanto figura paterna interiorizzata.
Come Ferenczi ebbe modo di scrivere anni dopo nel Diario Clinico (nota del 19 Luglio 1932): “approdai al ‘servizio per amore’ presso un uomo forte e ne rimasi soggiogato” (Dupont, 1985, p. 251; trad. lievemente modificata). La grande dipendenza di Ferenczi da Freud è il fattore fondamentale da prendere in considerazione e l’unico che ci permette di vedere come quest’ultimo periodo fosse caratterizzato dallo sforzo di diventare indipendente. Come è stato sottolineato da Judith Dupont:
La prima volta che perse l’appoggio totale di Freud, in relazione al libro scritto con Rank, rimase turbato e provò rapidamente a tornare sui suoi passi per ritrovare il pieno accordo con Freud. Poi capì di dover cercare una propria via d’uscita da questa posizione infantile. Sembrava che egli avesse l’immaginazione, la creatività, il coraggio e l’intelligenza necessaria per questo, ma non la forza interiore (Dupont, 1994, pp. 317 sg.).
Per trovare una via d’uscita dalla sua dipendenza da Freud, Ferenczi doveva inevitabilmente riflettere sull’analisi che aveva avuto con lui e individuare le ragioni per le quali questa esperienza non lo aveva liberato dalla dipendenza ma, al contrario, aveva finito per rafforzarla. La risposta che si diede era che, nell'analizzarlo, Freud non aveva colto in lui “i sentimenti e le fantasie negative presenti nel transfert soltanto parzialmente, consentendo quindi la loro abreazione” (Ferenczi a Freud, 17.1.1930). Freud espresse una certa perplessità sulla presenza di tali reazioni negative nell’analisi di Ferenczi e replicò: “No, mi sembra piuttosto che, forse a causa dell’umiliazione vissuta nell’elezione presidenziale, lei abbia riattivato i residui della sua vecchia nevrosi”. Freud notò anche che, dal momento che aveva chiamato in causa la sua analisi, Ferenczi lo aveva “spinto” di nuovo “nel ruolo dell’analista”, una cosa che, aggiunse, “non vorrei mai più intraprenderei con un vero amico” (Freud a Ferenczi, 20.1.1930). Da parte sua, Ferenczi cercò di precisare ulteriormente che cosa stava succedendo tra lui e Freud, sostenendo che non era una “questione di riattivazione” della sua nevrosi, quanto piuttosto il fatto che, in lui, “un certo grado di inibizione non era mai sparito”, al punto che doveva considerare l’attuale capacità di esprimersi come “un progresso, l’inizio di una relazione più libera e disinibita”. Insomma, egli considerava i suoi disvelamenti come un passo compiuto per uscire da una inibizione nevrotica che lo aveva accompagnato da sempre e che riguardava i suoi “sentimenti personali” ma anche le sue “opinioni scientifiche”. Similmente, chiarì che non voleva riportare Freud nel ruolo di analista, ma che sperava che tra loro potesse iniziare una “libera discussione analitica” e “un’apertura reciproca” (Ferenczi a Freud, 14.2.1930).
Nelle lettere finora esaminate non vi sono elementi a sostegno della tesi che la salute mentale di Ferenczi fosse gravemente disturbata; Freud e Ferenczi avevano ognuno una visione diversa di quello che stava succedendo fra loro e ciascuna di queste visioni aveva una certa coerenza. Colpisce piuttosto il fatto che Freud non considerasse la dipendenza di Ferenczi come un sintomo nevrotico, ma come un servizio reso alla “Causa”, o quantomeno era ambivalente rispetto alla questione, dato che da un lato criticava Ferenczi per il suo infantilismo e dall’altra traeva ogni vantaggio dalla situazione di dipendenza.
Nel giugno del 1931, Ferenczi cercò di rendere Freud partecipe della sua ricerca, gli spiegò che si stava orientando verso la generalizzazione del “punto di vista del padroneggiamento del trauma [Traumabewaltigung] nel sonno e nei sogni” (Ferenczi a Freud, 14.6.1931), e in settembre lo mise a conoscenza dei suoi pensieri e sentimenti più intimi relativi alla ricerca in corso (Ferenczi a Freud, 15.9.1931). “Finalmente, di nuovo un segno di vita e di amore da parte sua!” rispose Freud che, nella stessa lettera, non mancò di criticare la direzione assunta delle ricerche di Ferenczi, riconducendola ad uno speciale stato psichico che, in modo paterno, definì “terza pubertà”. Era certo infatti che il giovane amico sarebbe “ritornato sui suoi passi”, correggendo i suoi errori, e per rendere questa inversione di rotta più facile, gli propose di accettare il posto di futuro Presidente dell’IPA (Freud a Ferenczi, 18.9.1932). Alla fine di ottobre si incontrarono per discutere di tutto ciò, ma non riuscirono a trovare un accordo. A dicembre, Freud gli scrisse la famosa lettera in cui paragonava gli esperimenti tecnici di Ferenczi ad una “tecnica del bacio” destinata a spalancare le porte ad una escalation erotica. Ferenczi, che prese il commento di Freud come il primo vero disaccordo (Nichteinverstandensein) nel loro lungo rapporto, gli spiegò che ciò che si proponeva di raggiungere con la sua tecnica, era una “atmosfera mite, libera dalla passione” (Ferenczi a Freud, 27.12.1931). Qualche giorno più tardi cominciò a scrivere il Diario Clinico, dove annotò le sue esperienze e le sue riflessioni per i futuri lettori. È piuttosto significativo che la prima pagina del diario sia dedicata alla questione del “bacio” di Clara Thompson, come se ad esso fosse stato assegnato il compito di continuare il dialogo interrotto.
Nel maggio del 1932 Freud chiese ancora una volta a Ferenczi di accettare la presidenza. In un primo momento questi acconsentì, ma poi, proprio all’ultimo, egli si tirò indietro. Ferenczi spiegò il suo rifiuto in modo molto chiaro: poiché era impegnato in una revisione dei principi della psicoanalisi, non se la sentiva di assumere il ruolo di Presidente, il cui compito era di “preservare” l’esistente (Ferenczi a Freud, 21.8.1932 e 29.8.1932). Ma forse questo non era l’unico motivo. Probabilmente Ferenczi capì che, se avesse accettato la presidenza, avrebbe accettato anche il controllo di Freud. Di fatto questi gli aveva offerto la presidenza come una “cura d’urto” per costringerlo ad uscire dal suo isolamento, ed era chiaro che vedeva l’indebolirsi del legame alla Causa comune come una “malattia” e che credeva che, una volta ripristinato il processo di identificazione, tutti i problemi relativi alla teoria e alla tecnica sarebbero stati superati. E il punto è che ciò da cui Ferenczi all’ultimo momento si era chiamato fuori era proprio questo processo di identificazione.
Il 2 settembre del 1932, mentre era in viaggio per il congresso di Wiesbaden, Ferenczi si fermò a Vienna per leggere a Freud la relazione che intendeva presentare al congresso. Il suo titolo era Le passioni degli adulti e la loro influenza nello sviluppo sessuale e caratteriale dei bambini, e sarebbe stata successivamente rinominata Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino. Quello fu il loro ultimo incontro. Il giorno dopo, Freud ne parlò così in una lettera alla figlia Anna: Ferenczi, che “trasudava una gelida freddezza", aveva iniziato a leggere il suo lavoro senza “domandare niente e senza salutare”. Quanto ai contenuti, era “totalmente regredito” alle vecchie vedute eziologiche sui traumi sessuali infantili che lui (Freud) aveva esposto a suo tempo, usando quasi le stesse parole, con l’unica differenza che vi aveva inserito delle “osservazioni sull’ostilità dei pazienti, la necessità di accettare le loro critiche e di ammettere i propri errori davanti a loro” (3.9.1932 citato in Molnar, 1992, p. 131). In breve, a Freud la relazione era apparsa “stupida”.
Questa relazione, oggi da molti riconosciuta come un contributo essenziale al pensiero psicoanalitico, era il prodotto più raffinato dell’ultima ricerca di Ferenczi e la sua novità consisteva nell’assumere uno stretto legame tra il trauma originale e la sua riattivazione all’interno del rapporto analitico: un legame che noi oggi diamo per scontato, ma che allora era qualcosa di nuovo. Data la tendenza della ripetizione del trauma all’interno del rapporto, Ferenczi sosteneva che l’unico modo con cui l’analista poteva evitare al paziente un nuovo trauma era quello di accettare le sue critiche e ammettere i propri errori. Insomma, le visioni eziologiche e le “osservazioni sull’ostilità dei pazienti” non erano per nulla delle cose slegate, e se Freud avesse colto il nesso che le univa, non avrebbe pensato che Ferenczi era semplicemente regredito alle sue vecchie idee. Ma egli non prese nemmeno in considerazione la possibilità che Ferenczi avesse qualcosa di nuovo da dire e così tenne separata la riflessione sulle risposte dell’analista all'ostilità del paziente dalla riflessione sull’eziologia traumatica.
Come mai Freud non capì il senso della relazione? A mio parere Ferenczi non stava soltanto presentando una teoria astratta, ma sperava che Freud si sarebbe comportato proprio come l’analista che egli stava descrivendo. Più precisamente, mostrando “ostilità” verso Freud, Ferenczi si stava comportando come il paziente di cui parlava, così, chiedendo all’analista di “accettare le sue critiche e di ammettere i suoi errori”, in un certo senso stava forzando Freud a rispondere alla sua “ostilità”, ovviamente nella speranza che essa venisse accettata. (Mi riferisco ad un tipo di ostilità che, sebbene oggi sia vista come mite e persino sana, dato che incoraggia la critica e l’indipendenza, poteva tuttavia essere sentita come una intollerabile insubordinazione nel mondo fortemente gerarchizzato a cui Freud apparteneva). Sono anche incline a ritenere che Freud avesse capito il senso nascosto di questa personale richiesta, ma ritengo che egli non fosse disposto a prenderla in considerazione. Se lo avesse fatto, sarebbe stato costretto a seguire Ferenczi in una direzione che implicava una riesame critico di se stesso ed un cambiamento del suo rapporto con Ferenczi. In definitiva, l’incapacità di comprendere il saggio a un livello intellettuale era dovuta alla reazione emotiva provocata dalla richiesta di Ferenczi; eppure, questa incomprensione divenne una specie di catalizzatore, dato che il rifiuto della pur modesta espressione di “ostilità” ebbe l’effetto di moltiplicarla, al punto che la relazione di Ferenczi sull’effetto traumatico della incomprensione sfociò a sua volta in un nuovo grave trauma.
Ferenczi rimase scioccato dal modo in cui Freud lo trattò. Nella lettera che egli inviò a Freud non molto dopo, l’accento viene a cadere su due elementi qualificati come “sintomatici”: il primo è che Freud aveva fatto sì che una terza persona partecipasse all’incontro nel ruolo di “testimone o aiutante”, e il secondo è che gli aveva chiesto di non pubblicare l'articolo, in quanto avrebbe danneggiato se stesso e la Causa (Ferenczi a Freud, 27.9.1932). Inoltre, a Izette de Forest e a Clara Thompson, Ferenczi disse di essere stato profondamente ferito del fatto che Freud si era rifiutato di stringergli la mano (vedi oltre). Se si pensa che, secondo il resoconto di Lévy (vedi oltre), Ferenczi venne colpito da una paralisi motoria al momento di andarsene, sembra plausibile collegare i due fatti e chiedersi come mai il rifiuto di Freud di stringergli la mano avesse avuto un effetto così shockante.
Viene in mente una scena simile: la volta in cui era stato Ferenczi a togliere il saluto a Rank che gli si era avvicinato tendendogli la mano, quando i due ex amici e collaboratori si erano casualmente incontrati a New York nel 1926, dopo che Rank si era allontanato da Freud. Questo episodio indica la possibilità che la scena del 1932 fosse sovradeterminata, secondo modalità che possono essere meglio comprese considerando un terzo livello della comunicazione. Ferenczi non stava soltanto difendendo la legittimità di critica da parte di un paziente in analisi, egli stava anche rivendicando per se stesso una posizione all’interno del movimento psicoanalitico da cui fosse legittimo muovere una critica alla teoria e tecnica esistente. Cioè, oltre a sperare in un nuovo tipo di risposta emozionale da Freud come persona, egli sperava anche in una risposta nuova di Freud in quanto leader del movimento psicoanalitico. Proprio per questo, l’abbandono simbolico da parte di Freud lo stava spingendo o nel ruolo di un dissidente o in quello di un seguace fedele. Il punto è che Ferenczi, il quale non aveva alcuna inclinazione per le scelte definitive, non era né sufficientemente ipocrita per fingere una fedeltà che non aveva, né sufficientemente coraggioso da pensare a se stesso al di fuori del movimento. Qui tocchiamo uno degli elementi costitutivi del trauma: l’impossibilità di conservare una identità precedente oppure di cambiarla per una nuova identità. La paralisi motoria di Ferenczi al momento della partenza sembrerebbe un simbolo di questa impossibilità di essere.
Jones, quando descrisse questa situazione, ne parlò come della “leggenda che Freud [avesse] maltrattato Ferenczi”. Queste lettere, comunque, offrono già una prima indicazione sul fatto che Ferenczi era stato davvero trattato male, anche se l’effetto traumatico dipendava in gran parte dalla sua personalità e dalla complessa storia precedente. È poi probabile che egli fosse già ammalato. Alla fine di agosto Brill, Rádo ed Eitingon lo avevano trovato in pessime condizioni e, alla fine di settembre, nel suo resoconto a Freud del Congresso di Wiesbaden, Jones lo descrive come un uomo che era malato “anche fisicamente” e che dava di sé un’immagine penosa. In questa lettera troviamo anche l’origine della successiva accusa di Jones:
In primo luogo mi consenta di esprimere la mia comprensione per la difficoltà che è sorta con il Suo più vecchio e più caro amico analitico. So che Lei non sarà tentato di copiare il vecchio Kaiser (‘mir bleibt aber auch nichts erspart’) perché il Suo calibro è troppo forte, e Lei è circondato sia da affetto che da seguaci la cui accettazione dell’inconscio è incrollabile. Ciò nonostante, posso immaginare quanto ebba essere doloroso. A Eitingon è giunto come un colpo inaspettato, a Lei probabilmente meno. A me per niente, poiché per molti anni ho seguito da vicino l’evoluzione di F. (compreso l’aspetto patologico, e sapevo che era solo una questione di tempo prima che arrivasse questo denouement. Abraham e io lo abbiamo fermato con la forza sull’orlo del precipizio all’epoca di Rank e ultimamente le regolari relazioni di Rickman sulla sua analisi mi hanno mostrato chiaramente la direzione che le cose stavano prendendo. Il suo bisogno eccezionalmente profondo di essere amato, insieme al sadismo rimosso, sono chiaramente alla base della sua tendenza alle idee persecutorie. La mia reazione è stata quindi molto semplice: innanzitutto la causa, poi qualsiasi cosa per tenerlo con noi (Jones a Freud, 9.9.1932; Freud, 1993, p. 815).
Queste righe sono molto importanti per comprendere la genesi della successiva accusa di Jones. Vi troviamo infatti già formata l’idea di un’evoluzione patologica che, dopo il decorso della malattia di Ferenczi, si trasformerà nella diagnosi di una progressiva psicosi distruttiva. Di che tipo di “evoluzione patologica” si tratta? Dobbiamo prima di tutto considerare che non era la prima volta che un’idea di questo tipo faceva la sua apparizione: abbiamo già incontrato l’idea, suggerita in agosto da Rádo, di uno “stato avanzato di degenerazione sclerotica”. La “diagnosi di Rádo” era stata provocata dalle cattive condizioni fisiche di Ferenczi, ma il contesto in cui le impressioni fisiche acquisirono il loro significato era quello del crescente disaccordo tra Ferenczi e Freud. La funzione di questo contesto venne annotata da Ferenczi nel Diario Clinico (nota del 2.10.1932): “mi sentivo abbandonato anche dai colleghi (Radó ecc.) che hanno troppa paura di Freud per comportarsi obiettivamente, o persino cordialmente, nel caso di una disputa tra Freud e me” (Dupont, 1985, p. 320). Similmente, nel resoconto del congresso di Wiesbaden dato da Jones, l’affermazione, volta a rassicurare Freud, che egli era “circondato da affezione e da seguaci la cui certezza nell'inconscio è incorruttibile”, oltre ad insinuare l’idea che Ferenczi non accettava “l’inconscio”, fa capire che il nodo centrale riguardava l’allontanamento di Ferenczi da Freud e dalle sue dottrine. Dobbiamo aggiungere che, in una dinamica di gruppo così fortemente condizionata dalla aspettativa un nuovo “tradimento” – la ripetizione della apostasia di Rank – la tendenza a patologizzare il supposto traditore risultava ancor più rafforzata. All’interno di questo tipo di aspettative, le cattive condizioni fisiche di Ferenczi potevano facilmente essere percepite come la prova di una evoluzione morbosa che alla fine era diventata anche fisica.
Rádo, comunque, nonostante la scarsa considerazione che aveva per le ricerche e sperimentazioni di Ferenczi, non continuò a ritenere valida la sua “diagnosi” (vedi Roazen & Swerdloff, 1995, pp. 106-108), mentre Jones sì: questi si mantenne nel tempo aderente al giudizio di allora, fino al punto di trasformre l’idea vaga di “evoluzione patologica” in una vera e propria diagnosi psichiatrica.
In verità, nel resoconto del congresso di Wiesbaden fatto per Freud, Jones dice che aveva seguito “per molti anni” e “da vicino” l’evoluzione di Ferenczi, sapendo “che era solo una questione di tempo prima che arrivasse questo denouement [svelamento]” (vedi sopra). Una delle principali prove dell’evoluzione patologica era stata l’analisi di Rickman con Ferenczi: Jones aveva continuato a riceve da Rickman rapporti periodici, i quali mostravano “chiaramente la direzione che le cose stavano prendendo” (vedi sopra). Guardando tutto ciò retrospettivamente, si rimane quanto meno perplessi: come è possibile che i resoconti fatti da un analizzando sulla propria analisi possano essere considerati una prova della patologia dell’analista (specialmente se i resoconti sono fatti ad un analista potente che è anche nemico dell’analista del paziente)? Ma bisogna anche considerare che a quei tempi i confini erano spesso confusi e le violazioni molto comuni. E tuttavia, in questo caso, la condotta di Jones non era del tutto ingenua, dato che il problema era già stato sollevato e discusso in seno al Comitato segreto: proprio l’utilizzo degli analizzandi per spiare la tecnica degli analisti era stato uno dei fattori che aveva fatto precipitare la crisi del 1924, la quale si era infine conclusa con l’eliminazione di Rank.
Nella lettera circolare del 4 gennaio 1924, Rank si era lamentato che il signor Moxon, un suo paziente che era stato a Berlino per studiare psicoanalisi, con riluttanza gli aveva rivelato che vari colleghi avevano cercato di saperne di più della sua analisi e della tecnica analitica usata da Rank. Non solo, ma la loro svalutazione della tecnica di Rank non era passata inosservata, e anzi aveva instillato nel paziente dubbi e insicurezze rispetto alla sua decisione di studiare a Berlino ma anche in merito alla sua analisi. Per questa ragione Rank aveva scritto di considerare “1) questo spionaggio analitico scorretto e 2) irresponsabile nei confronti di una persona che era appena entrata in analisi” (lettera parzialmente pubblicata in Wittenberger, 1995, p. 278), aggiungendo che non avrebbe più mandato i suoi pazienti a Berlino. Poiché Abraham era troppo impegnato, il problema sollevato da Rank rimase senza risposta per molte settimane. Infine la risposta arrivò da Eitingon, il quale scrisse che loro tre (cioè Abraham, Sachs e Eitingon) non sapevano chi, tra i loro membri, era stato mosso dalla curiosità di sapere come era l’analisi con Rank, e assicurò che forse c’era stata sì una mancanza di tatto, ma certamente non si poteva parlare di “spionaggio”.
Per i berlinesi avevano quello che era successo non poteva essere chiamato “spionaggio” poiché nessuno di loro aveva raccolto le informazioni. Se adottiamo lo stesso criterio, dobbiamo concludere che l’uso di Jones dei regolari rapporti di Rickman sulla sua analisi con Ferenczi doveva essere qualificato proprio come “spionaggio". Così, questi rapporti ci parlano probabilmente più dell’etica di Jones che della patologia di Ferenczi. Eppure, la questione è più complessa. In fondo i membri del Comitato segreto erano impegnati a preservare la dottrina di Freud e se capitava di utilizzare l’analisi per spiare, lo facevano perché seriamente preoccupati del possibile tradimento da parte di qualcuno dei colleghi. In altre parole, è probabile che Jones fosse convinto che se si comportava così, lo faceva per una nobile causa, la stessa nobile causa per cui il Comitato segreto era stato creato dopo la defezione di Jung. Alla fin fine dovremmo chiederci se, in una situazione simile, era ancora possibile distinguere tra deviazione dall’ortodossia e scompenso patologico. Similmente, dovrebbe essere altrettanto chiaro che, in una tale atmosfera, i più piccoli segni di deviazione potevano facilmente essere ingigantiti e usati per sbarazzarsi degli avversari.3
La lettera che Jones scrisse a Freud il 9 settembre 1932, indica che Jones stava scrupolosamente cercando i segni della deviazione di Ferenczi da anni e che questi segni costituirono il nucleo attorno a cui si raccolsero progressivamente le impressioni negative sfociate, al tempo del congresso di Wiesbaden, nell’immagine morbosa di Ferenczi. La lettera mostra anche che quest’immagine morbosa era condivisa da un intero gruppo di persone e che si era come materializzata nel momento stesso in cui Ferenczi aveva perso la protezione di Freud. In altre parole, il modo in cui Freud aveva trattato Ferenczi a Vienna agì da segnale, scatenando una reazione collettiva in virtù della quale Ferenczi si trovò ad essere simbolicamente bandito dalla comunità. Eitingon, van Ophuijsen e Brill volevano persino impedire a Ferenczi di esprimere le sue idee, ma Jones si oppose a questa soluzione, e Ferenczi poté presentare la sua relazione; il risultato fu tuttavia lo stesso, visto che le sue idee vennero considerate una “trama delirante” [tissue of delusions] (vedi oltre). Quindi, anche se Ferenczi non venne bandito dalla comunità in senso proprio, fu però respinto al di là dei suoi confini simbolici e situato al di fuori del senso comune.4
3. La malattia finale di Ferenczi
Al congresso di Wiesbaden fu Jones ad essere eletto presidente. Il 12 settembre 1932, Freud si congratulò con lui, scrivendo di essere “dispiaciuto che l’evidente ambizione di Ferenczi non abbia potuto essere soddisfatta, ma in effetti non c’era il minimo dubbio che soltanto Lei [Jones] potesse essere chiamato alla guida” (Freud, 1993, p. 817). Tale elogio è un buon esempio della disinibita capacità di Freud di adattarsi all’interlocutore. In realtà, non era “l’ambizione di Ferenczi” a non essere stata soddisfatta, ma i piani di Freud, visto che fino all’ultimo egli si aspettava che Ferenczi avrebbe accettato la presidenza (come ben risulta dalle lettere). La ferita di Freud, rispetto a tale aspettatitva, è sia riflessa che negata nella frase successiva: “La svolta di Ferenczi è certamente molto spiacevole, ma non ha niente di traumatico”. È a questo punto della lettera che troviamo l’origine della sua successiva diagnosi di Ferenczi, proprio là dove Freud spiega perché il cambiamento di Ferenczi non era stato traumatico:
“Sono già tre anni che osservo la sua [di Ferenczi] crescente alienazione, la sua inaccessibilità agli avvertimenti relativi ai suoi errori tecnici e, ciò che probabilmente è più significativo, la sua ostilità personale verso di me per la quale gli ho dato persino meno motivi che in occasioni precedenti. Tranne forse il fatto che sono sempre qui. Purtroppo nel suo caso, il declino intellettuale e affettivo sembra avere una base di declino fisico” (p. 818).
Dopo il congresso di Wiesbaden, Ferenczi stette molto male, ma solo un mese più tardi si capì che ciò da cui era affetto era una anemia perniciosa. Le sue condizioni migliorarono solo ad ottobre, grazie ad una terapia a base di fegato. In questo periodo Freud scrisse di Ferenczi a Jeanne Lampl de Groot due volte, la prima per informarla della diagnosi (l’8.10.1932) e la seconda dei buoni risultati ottenuti con la terapia al fegato (il 23.10.1932). In questa seconda lettera aggiunse: “La nostra relazione si è spezzata, ma il suo medico, il Dr. Lévy, mi tiene informato” (Ferenczi a Freud, 29.3.1933). Oltre ad essere il medico di Ferenczi, Lajos Lévy era un membro della comunità psicoanalitica e Ferenczi sapeva che egli teneva Freud al corrente di tutto (vedi Ferenczi a Freud, 29.3.1933). Due settimane dopo questi scrisse a Eitingon:
Lévy mi informa regolarmente sullo stato di salute di Ferenczi. La terapia al fegato ha prodotto un rapido e vasto miglioramento delle analisi del sangue, però dubito che essa possa avere un qualche effetto anche sul suo atteggiamento psichico, come Lévy spera. Credo che sia andato troppo oltre, per poter ritrovare la via del ritorno. La mera considerazione per i suoi pazienti non lo permetterebbe. Oltretutto, se vuole pubblicare [la relazione di Wiesbaden], non vedo come possiamo fermarlo… (Freud a Eitingon, 3.11.1932).
Il “miglioramento psichico” che Freud si attendeva da Ferenczi consisteva nel ritornare sui suoi passi: Lévy ci sperava ancora, mentre Freud non ci contava più. Da queste lettere sembra che Freud non distinguesse tra la patologia mentale di Ferenczi e l’atteggiamento che questi poteva avere nei suoi confronti. Proprio per questa mancanza di distinzione, la determinazione di Ferenczi nel voler pubblicare la relazione di Wiesbaden nonostante il veto di Freud, poteva rappresentare un preciso punto di rottura.
All’inizio del nuovo anno, Ferenczi mandò gli auguri a Freud, come aveva sempre fatto negli ultimi ventiquattro anni. In risposta, Freud descrisse il loro lungo rapporto come una “comunanza di vita, pensieri e interessi” (Freud a Ferenczi, 11.1.1933). Il 27 marzo 1933, Freud ricevette notizie sulle condizioni di Ferenczi, probabilmente attraverso un intermediario di Lajos Lévy (cf. Molnar, 1992, p. 144). Due giorni dopo, il 29 marzo 1933, Ferenczi riprese contatto con Freud raccomandandogli di lasciare Vienna per sfuggire dal regime di Hitler e di andare in Inghilterra con la figlia Anna. Ferenczi aggiunse: “Il Dr. Lévy considera il mio consiglio troppo pessimista, forse lo collega al mio umore complessivamente depresso (in modo patologico)”. Nella stessa lettera, che nella calligrafia recava evidenti tracce del suo disturbo motorio, Ferenczi informava Freud anche di una sua nuova ricaduta: “Forse ha sentito da Lévy che nelle ultime settimane si sono ripresentati i sintomi della mia precedente malattia (anemia perniciosa), ma questa volta non si è trattato tanto di un peggioramento del mio emocromo quanto di un collasso nervoso [nervosem Zusammenbruch] da cui mi sto riprendendo molto lentamente” (corsivo aggiunto).
Di che tipo di collasso nervoso si trattava? In questo periodo egli riceveva regolarmente Clara Thompson, la quale scrisse più tardi che Ferenczi aveva incominciato “a manifestare segni di degenerazione del midollo spinale… Aveva difficoltà a camminare e una volta è caduto senza una ragione evidente. Era preoccupato di ciò e temeva di avere una paralisi generale (deterioramento cerebrale causato da sifilide)” (testimonianza del 5.11.1957; vedi oltre). Così, quello che Ferenczi aveva chiamato collasso nervoso nella lettera a Freud, sembra correlato al disturbo motorio e soprattutto alla momentanea intepretazione datane da Ferenczi come di un disturbo causato dalla sifilide: insomma, per un breve periodo Ferenczi temette di essere affetto da una paralisi dovuta a sifilide – ossia che si fosse realizzata una costante paura della sua vita.5 Il 2 aprile, Freud gli rispose che non sarebbe andato via da Vienna, dato che non ne vedeva la ragione; non era certo che Hitler avrebbe invaso l’Austria, e in ogni caso il regime non sarebbe stato brutale come in Germania. Questa fu l’ultima lettera che Freud scrisse a Ferenczi, il quale, il 9 aprile, rispose: “La Sua lettera amichevole ed empatica ha suscitato in me una impressione profonda e benefica”. Aggiunse che la sua convinzione sull’urgenza di scappare da Vienna si era attenuata e che aveva seguito il consiglio di sospendere il lavoro che gli era stato dato sia da Lévy che da Freud.
Benché la lettera del 2 aprile sia l’ultima inviata da Freud a Ferenczi, nella sua restante corrispondenza di questo periodo si trovano ulteriori riferimenti alla malattia. Il 3 aprile, Freud scrisse a Eitingon che “Ferenczi aveva avuto un serio episodio delirante [wahnhaften Ausbruch]”, che sembrava esser stato superato, per lo meno stando alla testimonianza della sua ultima lettera. Dopo aver letto dei sentimenti di gratitudine e amore calorosamente espressi da Ferenczi, Freud parlò nuovamente alle “idee deliranti” di Ferenczi nella lettera inviata a Jeanne Lampl il 15 aprile:
Ferenczi, le cui idee deliranti [wahnbildungen] avevano raggiunto una forza inquietante (accompagnata da impressionanti sintomi corporei di regressione), sta mettendo la testa a posto, scrive lettere amichevoli e si lascia convincere di sospendere il lavoro per alcune settimane. Forse sta soltanto dissimulando (Freud a Jeanne Lampl de Groot, 15.4.1933).
Qui possiamo vedere il modo in cui la confidenza di Ferenczi in merito alla sua ricaduta in un “collasso nervoso” viene trasformato da Freud in un “episodio delirante". Sembra inoltre che Freud assimilasse questo “delirio” alla preoccupazione di Ferenczi per la sua salvezza e all’incitamento di scappare da Vienna per sottrarsi alla minaccia nazista. Freud non credeva che la percezione del pericolo rappresentato dai nazisti fosse realistica, ma la considerava una idea delirante dotata di “una forza inquietante". Comunque, l’unico elemento “inquietante” che si riesce a trovare in queste lettere è il sospetto di Freud che, con il suo atteggiamento amichevole, Ferenczi stesse soltanto “dissimulando” la sua ostilità. Forse, Freud interpretava la preoccupazione di Ferenczi per il pericolo nazista che incombeva sulla sua vita come l’espressione spostata dell’ostilità che egli continuava a nutrire verso di lui.6 La questione della percezione e ricezione da parte di Freud della “ostilità” di Ferenczi sembra aver avuto un ruolo cruciale nell’intera storia. Da un lato, Ferenczi voleva che Freud riconoscesse la sua “ostilità”, ossia che modificasse l’immagine di figlio obbediente che egli aveva di lui, consentendo alla loro relazione personale e intellettuale di modificarsi di conseguenza. Dall’altro lato, Freud oscillava tra il non vedere per nulla tale ostilità e il farla diventare molto più grande di ciò che era, rappresentandosela come del tutto ingestibile, e questo con modalità che, a volte, chiamano in causa i suoi stessi aspetti paranoici.
Ferenczi morì cinque settimane dopo, il 22 maggio 1933. Nella sua ultima lettera a Freud gli faceva gli auguri di buon compleanno; l’aveva scritta dal letto, e sua moglie Gisella aveva aggiunto poche parole sul retro per informarlo di quanto la situazione fosse grave, dicendo fra l’altro che Sándor “non è più come prima” (Ferenczi a Freud, 4.5/1933) – la qual cosa voleva anche dire che fino all’ultimo mese di vita Ferenczi era rimasto come prima. Una prova indiretta delle sue condizioni mentali è data da una lettera che egli scrisse a Emilia Mayer-Gallin il 17 maggio 1933. La lettera, lunga metà pagina, scritta a macchina e firmata a mano, consiste in una lucida e accurata risposta a qualcuno che gli aveva spedito un manoscritto sulla propria autoanalisi. La risposta terminava con la seguente frase: “Una malattia fisica, che è stata piuttosto lunga, è stata l’unica cosa che mi ha [fin’ora] impedito di inviarle i miei più sinceri ringraziamenti per i suoi scritti”. Grazie a questa lettera sappiamo che vi era stato un certo miglioramento nelle condizioni fisiche di Ferenczi nel periodo immediatamente precedente alla sua morte, la quale avvenne solo cinque giorni dopo in modo “improvviso”, come ebbe a scrivere Géza Ròheim nella lettera del 28 maggio 1933, con cui egli informò Jones della perdita.
Ròheim riassunse brevemente il decorso della malattia di Ferenczi: dopo che si era sentito male a Wiesbaden, si era ripreso in autunno ed era stato in grado di lavorare fino a Pasqua, quando “aveva dovuto rinunciare all’analisi perché troppo affaticato dalla malattia per riuscire a concentrarsi” ed era stato costretto a letto; infine aveva incominciato a sentirsi meglio, ma poi all’improvviso era morto. Anche Imre Hermann, che visitò Ferenczi pochi giorni prima della morte, lo trovò nel suo solito stato mentale (Hermann, 1974, p. 116). In tutti questi documenti, non si trova alcuna prova di un processo psicotico, al di là della re-interpretazione data da Freud del “collasso nervoso” di cui aveva parlato lo stesso Ferenczi.
Freud descrisse i sentimenti contraddittori suscitati dalla scomparsa di Ferenczi in una lettera diretta a Jeanne Lampl de Groot il 22 maggio 1933:
Un sentire confuso: da un lato vi è il sollievo che egli si sia sottratto ad una terribile decadenza – nelle ultime settimane non riusciva più a stare in piedi o a camminare e le idee deliranti erano ancora più gravi di quanto sapevamo – dall’altro lato solo ora emerge il dolore per la perdita del vecchio [amico], ciò che ha significato per noi, anche se si era allontanato da noi già da anni. Ma c’è una violenza particolare nella brutalità dell’evento finale. (Riportato in Molnar, 1992, p. 151).
Una settimana dopo Freud scrisse a Jones una lettera che viene considerata come una delle fonti principali del successivo verdetto di Jones. In effetti, in questa lettera datata 29 maggio, Freud tende a vedere l’allontanarsi di Ferenczi, le sue nuove idee psicoanalitiche e la malattia come manifestazioni di un unico processo patologico. Dopo aver definito la perdita di Ferenczi come “grande e dolorosa", egli aggiunge:
Certamente, non si è trattato di una nuova perdita; per anni Ferenczi non è stato più con noi, e in verità neppure con sé. Ora è più facile vedere nell’insieme il lento processo di distruzione di cui è caduto vittima. Nel corso degli ultimi due anni esso si è manifestato organicamente con un’ anemia perniciosa, che presto ha prodotto gravi disturbi motori. La cura del fegato ha migliorato le condizioni del sangue, ma non ha avuto alcun effetto sul resto. Nelle ultime settimane non poteva più camminare né stare in piedi. Contemporaneamente si è sviluppata con un’inquietante e rigorosa consequenzialità una degenerazione psichica nella forma di paranoia. Centrale a questa era la convinzione che non lo amavo abbastanza, che non volevo riconoscere i suoi lavori, e, anche, che avevo condotto male la sua analisi. Le sue innovazioni tecniche erano connesse a questo, Ferenczi voleva mostrarmi con quanto amore si devono trattare i pazienti per aiutarli. Queste erano sicuramente regressioni ai suoi complessi dell’infanzia, poiché il motivo principale della sua sofferenza era che sua madre non lo aveva amato – lui, un bambino di mezzo tra 11 o 13 fratelli – in modo sufficientemente passionale o esclusivo. Quindi egli stesso divenne una madre migliore, trovò persino i figli di cui aveva bisogno… (Freud, 1993, p. 831).
Freud sta qui parlando (e sparlando) come l’analista di Ferenczi. Nonostante la sua riluttanza ad asumere questo ruolo, Freud aveva sviluppato una teoria completa sulla reazione negativa di Ferenczi, la stessa che in seguito menzionerà brevemente, in Analisi terminabile e interminabile (Freud, 1937). Al centro di questa teoria vi era, come Freud aveva evidenziato immediatamente dopo il congresso di Wiesbaden, “il crescente estraneamento” e “l’ostilità personale" di Ferenczi. Lo stesso vissuto si trovava ora espresso nell’idea che la morte di Ferenczi non fosse “una nuova perdita”, poiché “per anni Ferenczi non è stato più con noi ” – come se “essere con Freud” significasse “essere”, esistere, mentre allontanarsi da lui equivaleesse a essere persi, morti, trapassati nel nulla. Si noti che un simile atteggiamento rende un qualsiasi processo di separazione impossibile. Possiamo anche riconoscere in ciò una reazione tipica di Freud, che si era ripetuta con Breuer, Fliess, Stekel, Jung, Rank, e altri, e che subentrava quando un certo distacco emozionale e un atteggiamento critico emergevano all’interno di una relazione precedentemente caratterizzata da una sintonia intensa. Ogni volta l’altro era semplicemente morto per Freud, senza alcuna possibilità di riconciliazione (è noto, per esempio, che il nome di Adler non poteva neppure essere menzionato in sua presenza). Sembra che Ferenczi, con il suo tirarsi indietro, abbia evocato proprio questo tipo di reazione che, in definitiva, rappresenta la ripetizione di un abbandono traumatico. Una tale reazione controtransferale sembra inoltre indicare che “l’analisi di Ferenczi con Freud, di fatto non è mai terminata, né nell’analizzando, né nell’analista” (Dupont, 1994, p. 317).
È impressionante trovare come il problema della separazione traumatica da Freud sia un punto cruciale anche nella rappresentazione fatta a sua volta da Ferenczi del suo lento morire. Nell’ultima annotazione del Diario Clinico, datata 2 ottobre 1932, cioè immediatamente dopo la diagnosi di anemia perniciosa, egli raffigura l’inizio della sua “crisi ematica” come un effetto dell’abbandono e uno “sprofondamento nel trauma".
Ulteriore regressione verso lo stato di morte . Nel mio caso è sopraggiunta una crisi ematica nel momento in cui ho capito che non soltanto potevo contare sulla protezione di una “potenza superiore”, ma al contrario sarei stato calpestato da questa potenza indifferente non appena fossi andato per la mia strada e non per la sua.
La comprensione che questa esperienza mi ha aiutato a raggiungere è che io ero coraggioso (e produttivo) fintanto che mi appoggiavo (inconsciamente) ad un’altra potenza e che pertanto non sono mai diventato “adulto” … L’ “identificazione” con la potenza superiore, l’improvvisa “formazione del Super-io" sono i sostegni che mi hanno nel passato preservato dalla disintegrazione definitiva? …
E adesso, nello stesso modo in cui devo formare dei nuovi globuli rossi, devo (se posso) creare una nuova base per la mia personalità e abbandonare quella che avevo finora in quanto falsa e poco affidabile? È questa la scelta che devo fare tra morire e “riorganizzarmi” – e cioè all’età di cinquantanove anni? D’altra parte, ha un valore vivere sempre e soltanto la vita (la volontà) di un’altra persona – e tale vita non è già quasi morte? Perdo troppo se rischio questa vita? Chi lo sa?
… mi sentivo abbandonato dai colleghi (Radò ecc.) che hanno troppa paura di Freud per potersi comportare obiettivamente, o persino cordialmente, in caso di una disputa tra Freud e me…
Una forza della mia organizzazione psicologica sembra sussistere, cosicché invece di ammalarmi psichicamente, posso solo distruggermi – o essere distrutto – solo nelle profondità organiche. (Dupont, 1985, pp. 212-3).
Questo brano di autoanalisi indica che Ferenczi non avrebbe rifiutato l’interpretazione di Freud del suo “processo di distruzione”, ma lo avrebbe arricchito con ulteriori significati, aprendo nuovi collegamenti e prospettive, in conformità con il principio della reciprocità, e in contrasto con l’analisi unilaterale. Tuttavia, se torniamo alla lettera di Freud del 29 maggio 1933, troviamo che la sua interpretazione sfocia in una affermazione che si chiude su se stessa e che è usata per rifiutare Ferenczi e le sue ricerche. Freud vi menziona in modo disviante la storia dell’analisi di Elisabeth Severn, la paziente americana che avrebbe influenzato Ferenczi “con vibrazioni attraverso l’oceano” e che andava dicendo di averlo “analizzato e con ciò salvato”. Le parole di Freud saranno ripetute nella biografia scritta da Jones, il quale includerà questo disviante modo di presentare l’analisi reciproca tra le prove del rapido progredire del “disturbo mentale di Ferenczi” (Jones, 1957, p. 190).
Non sappiamo con precisione quale sia la fonte di questo atto di disinformazione, in ogni caso, grazie alla pubblicazioni del Diario Clinico nel 1985 e le ricerche che ne sono conseguite, è diventato possibile avere le informazioni necessarie sia su questa analisi (Fortune, 1996), sia, più in generale, sull’impianto teorico che sosteneva l’idea di “analisi reciproca”. Questo esperimento analitico era in realtà la logica conseguenza dell’idea che in certi casi permettere al paziente di criticare l’analista avesse un effetto benefico e produttivo. Questo esperimento non era una stravaganza ma la realizzazione di un progetto fortemente radicato in un impianto teorico, perciò può essere vagliato, giudicato e infine rifiutato in tutto e per tutto, ma non può essere considerato il gesto irrazionale di un pazzo. Eppure Freud sentì queste idee come un’espressione dell’ostilità di Ferenczi verso di lui, come appare dal suo commento conclusivo: “egli le attribuiva i più strani traumi infantili, che difese contro di noi. In questa confusione la sua intelligenza un tempo così brillante si estinse. Ma manteniamo la sua triste fine un segreto tra noi” (Freud , 1993, p. 831).
Il 3 giugno 1933, Jones rispose: “ Temo che la paranoia sia di dominio pubblico”. Nella sua biografia di Freud, Peter Gay ha sostenuto che l’accusa di Jones non era altro che la trascrizione letterale della diagnosi fatta, in tale occasione, da Freud (Gay, 1988). Tuttavia, si dovrebbe notare che tra “la diagnosi di Freud” e la risposta di Jones ha luogo uno slittamento semantico. Il giudizio di Freud derivava per lo più dalla loro relazione personale ed era essenzialmente costruito attorno al modo in cui egli aveva sentito e vissuto l’ “ostilità” di Ferenczi, era condizionato soggettivamente e poteva essere letto come un aspetto della loro analisi non terminata. Ma nella lettera di Jones il termine “paranoia” diventa l’elemento di una dichiarazione pubblica, cioè di una dichiarazione basata su prove pubbliche, di principio accessibili a tutti, e infatti Jones disse che la paranoia “era abbastanza evidente a tutti gli analisti dalla sua ultima relazione per il Congresso”. A riprova di ciò, Jones riporta un brano della lettera inviatagli da Joan Riviere, in cui si diceva che era meglio non pubblicare l’articolo di Ferenczi, perché il suo contenuto scientifico era una “trama delirante” (“tissue of delusions”) che avrebbe solo danneggiato Ferenczi e screditato la psicoanalisi, dato che non tutti i lettori avrebbero avuto “comprensione per le condizioni mentali dell’ autore” (Freud, 1993, p. 832). Comunque sia, questa lettera – se riferita correttamente, data la scarsa credibilità di Jones in questo tipo di cose7 – non dimostra nient’altro che il persistere della mancanza di distinzione tra eresia e patologia mentale.
4. Dal necrologio di Ferenczi a Freud, Volume III (1933-1957)
Con questa lettera e il conseguente ritiro dell’articolo di Wiesbaden dalla pubblicazione in inglese (l’articolo aveva fatto in tempo ad essere pubblicato in tedesco), terminò la prima fase del processo di patologizzazione di Ferenczi. È importante precisare che tale processo era avvenuto soltanto a livello informale, anche se lasciò tracce evidenti nei necrologi scritti da Freud e da Jones. Freud concluse la descrizione del “lento trapassare" di Ferenczi, dicendo che “a poco a poco si manifestarono chiaramente i segni del grave processo distruttivo organico che con ogni probabilità già da anni aveva proiettato un’ombra sulla sua esistenza” (Freud, 1933, pp. 321-322). Jones scrisse che, nei suoi ultimi lavori Ferenczi mostrava gli inconfondibili segni di una regressione mentale nel modo di porsi verso le questioni di fondo della psicoanalisi. Ferenczi risplendette come una cometa, ma non brillò stabilmente fino alla fine. In questa occasione ha illustrato uno dei suoi insegnamenti più importanti, la stupefacente interdipendenza tra la mente e il corpo. (Jones, 1933, p. 466).
Questi due necrologi, e specialmente quello di Jones, presentano quella divisione in due parti della persona di Ferenczi e della sua opera, che sarà dominante nei decenni successivi: da un lato il pioniere della psicoanalisi, l’amico fidato di Freud e il maestro di tutti gli analisti, dall’altro l’uomo decaduto e reso inabile dalla malattia cronica. Benché sia possibile riconoscere in queste immagini il successivo verdetto di Jones, si trattava comunque di descrizioni sufficientemente vaghe ed ambigue da permettere anche altre interpretazioni. Dobbiamo anche considerare che gli altri necrologi erano lontani dal presentare gli ultimi lavori di Ferenczi come una regressione. Radó, per esempio, separò la speculazione scientifica dai contributi clinici, giudicando questi ultimi “grandi e permanenti” (Radó, 1933, p.358), e non si trova nessuna critica nella commemorazione fatta da Paul Federn: una riconsiderazione del lavoro di Ferenczi ampia e articolata, che era stata presentata nel corso di una riunione speciale della Società Psicoanalitica di Vienna (Federn, 1933).
Negli anni seguenti, apparvero i nuovi volumi dell’edizione tedesca della raccolta degli scritti di Ferenczi (i volumi III e IV di Bausteine zur Psychoanalyse, pubblicati nel 1939). Freud, in quell’occasione, dopo aver ricevuto il materiale fino allora inedito, “espresse la sua ammirazione per le idee di Ferenczi di cui fino ad allora non era a conoscenza” (Balint, 1985, p. 14). Nel 1942, Izette de Forest, che era stata allieva di Ferenczi, riassunse i suoi ultimi contributi di tecnica psicoanalitica in un articolo pubblicato nell’International Journal of Psycho-Analysis, segnalando fra l’altro come il fatto di: “Usare il controtransfert come strumento tecnico, così come si usa il transfert, i sogni, l’associazione di idee, e il comportamento del paziente, appare a molti analisti eccessivamente pericoloso” (de Forest, 1942, p. 136). L’articolo presentava infatti un commento dettagliato sulle “Obiezioni alla tecnica di Ferenczi", che includeva le obiezioni “all’uso del controtransfert come strumento tecnico; all’atteggiamento dell’analista verso le resistenze del paziente; alla necessità di rivivere esperienze traumatiche precoci; e al tono drammatico del processo” (p. 136). Una nota editoriale segnalava che la procedura tecnica descritta era diversa “da quella raccomandata da Freud e generalmente adottata dai suoi allievi", e che gli editori “sperano di poter pubblicare, in un numero successivo, valutazioni da vari punti di vista dei punti esatti in cui la procedura … deve essere approvata o respinta” (de Forest, 1942, p. 120, nota dell’editore). E però l’unico articolo che compare nei numeri successivi venne scritto da un’altra allieva di Ferenczi, Clara Thompson, la quale cercò di chiarire due dei punti più controversi, la questione dell’ “amore” e l’uso della “drammatizzazione” (Thompson, 1943). Sul primo punto, la Thompson pensava che “Ferenczi tendesse a confondere l’idea che al paziente si doveva dare tutto l’amore di cui aveva bisogno, con l’idea che gli si doveva dare tutto l’amore che chiedeva” (Thompson, 1943, p. 65). Questa obiezione è specialmente significativa perché riflette la richiesta d’amore della stessa Thompson quando era stata in analisi con Ferenczi. Bisogna, inoltre, considerare che il suo commento è vicino alla posizione di Balint (1968), il quale suggeriva di distinguere due tipi di regressioni (maligna e benigna), in relazione ai diversi tipi di richiesta di amore dei pazienti. La Thompson era ancor più critica sulla drammatizzazione, a cui negò “ogni validità” (p. 65).
Pochi anni dopo, in occasione del quindicesimo anniversario della morte di Ferenczi, un altro dei suoi allievi, Michael Balint, presentò alla Società Psicoanalitica Britannica una relazione in cui venivano riesaminati gli ultimi contributi del maestro. L’anno successivo apparve sull’International Journal of Psycho-Analysis il cosiddetto “numero Ferenczi”, in cui il lavoro di Wiesbaden veniva finalmente pubblicato in inglese, insieme agli articoli, le annotazioni e i frammenti del suo ultimo periodo. John Rickman scrisse nell’editoriale che Ferenczi con la sua “genialità come clinico e teorico è ancora un’ispirazione, non possiamo ignorare i suoi errori – se aspiriamo ad essere come lui, dovremmo cercare di capire, con intrepidezza e compassione” (Balint, 1949, p. 219, nota dell’editore). Nella presentazione del numero Ferenczi, facendo il punto della situazione, Balint scrisse che “il pensiero psicoanalitico sta ora iniziando a riesaminare le idee di Ferenczi sulla grande importanza degli effettivi comportamenti libidici degli adulti nei confronti dei bambini nel periodo pre-edipico” (Balint, 1949, p. 219).
Nel 1954, fu pubblicato un libro di Izette de Forest dedicato alla teoria e alla tecnica di Sándor Ferenczi, che provocò una polemica con Jones in merito al disaccordo con Freud. Recensendo il libro, Jones criticò duramente la de Forest per il modo in cui aveva presentato la condotta di Freud come ostile nei confronti di Ferenczi:
La verità è molto diversa. I sentimenti di Freud per il suo amico non cambiarono mai tranne che per il dispiacere provato per il suo distacco. Quando Ferenczi, ritirandosi in un isolamento egoistico, smise quasi del tutto di scrivere a Freud, questi ne fu ovviamente dispiaciuto e rattristato, e in un’occasione si lasciò andare a quello che Ferenczi in una lettera definì un “gentile rimprovero”, aggiungendo che ad “essere abbastanza sincero, ero preparato a molto peggio". La signora de Forest pensa che questo rimprovero, rivolto a Ferenczi perché non gli aveva scritto da molto tempo, fosse espressione della “dura critica” delle sue teorie. Così l’unica prova che può addurre a favore della sua straordinaria immaginazione in merito alla ostilità di Freud [Freud’s imagined hostility] è basata sul fraintendimento di una frase e sull’ignoranza del contesto. A parte questa grave mancanza, non si può non apprezzare la parte del libro che descrive le molte virtù di Ferenczi, sottolineando l’importanza di un atteggiamento comprensivo e positivo da parte dell’analista verso il suo paziente (Jones, 1956, p. 488, corsivo aggiunto).
Al lettore attento non dovrebbe sfuggire come, in questa recensione, Jones attribuisca ancora alla immaginazione della de Forest quella “leggenda che Freud abbia maltrattato Ferenczi” che successivamente, nel terzo volume della biografia di Freud, attribuirà invece direttamente allo “stato delirante finale” dello stesso Ferenczi (Jones, 1957, p. 209).
Nel 1955 venne pubblicata la traduzione inglese dell’ultimo volume delle opere di Ferenczi, la cui progressiva riabilitazione coincise con l’ampliamento del concetto di psicoanalisi, come diventa chiaro leggendo la recensione dei Final Contributions (Ferenczi, 1955) fatta da Margaret Little, secondo cui gli ultimi lavori di Ferenczi venivano illuminati dall’ultima fase del pensiero di Winnicott. Per questa autrice, infatti, Ferenczi “era andato più lontano dei suoi colleghi, in modi che questi avevano trovato inaccettabili per ragioni inconsce” (Little, 1957, p. 123). In ogni modo, la Little non risparmiò critiche nemmeno a Ferenczi, in particolare alla sua incomprensione dell’ambivalenza.
Proprio in questo periodo “i giovani analisti erano avvertiti di non leggere Winnicott perché si trattava di un tipo di lettura che poteva avere un effetto disturbante".8 In linea con ciò, riconsiderando i Final Contributions, Alexander Bromley scrisse che “la terapia da lui creata, spinse Ferenczi ad abbandonare la tecnica psicoanalitica a favore di ciò che poteva essere definito come terapia del rapporto” (Bromley, 1957, p. 113). I lavori non-analitici erano “i sette articoli che andavano da L’adattamento alla famiglia del bambino (1927), alla Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino (1933)” (p. 133). Dunque, la speranza di Balint in un riesame delle idee di Ferenczi si scontrò con il un nuovo spirito che stava diffondendosi nella comunità psicoanalitica, uno spirito mosso dal bisogno di differenziare la psicoanalisi dalle altre psicoterapie in base all’idea che l’unico fattore curativo fosse “l’interpretazione esatta” (Friedman, 1978, p. 536).
Così, quando nel terzo volume della biografia di Freud apparve il verdetto di Jones sul deterioramento mentale di Ferenczi, per un verso esso giunse del tutto inaspettato, ma per un altro verso esso non incontrò alcuna opposizione all’interno del movimento psicoanalitico perché, nel 1957, la tecnica di Ferenczi stava iniziando ad essere vista come una “terapia del rapporto” essenzialmente diversa dalla “vera” psicoanalisi. Io mi sono fatto l’idea che questa nuova atmosfera, e la mentalità che la sosteneva, abbia reso più facile l’espressione pubblica delle imputazioni di Jones sul deterioramento mentale di Ferenczi: egli sapeva che la platea a cui si stava rivolgendo era già ben disposta.
La seconda fase del processo di patologizzazione di Ferenczi iniziò con il passaggio della comunicazione da un livello informale ad uno formale. In questo salto, Jones riorganizzò la narrazione storica individuando il punto di rottura della personalità di Ferenczi e il simbolo concreto del suo allontanamento spirituale da Freud nel suo viaggio in America del 1926/27. Questa narrazione aveva lo scopo di esaltare la somiglianza di Ferenczi con Rank, il cui tradimento era incarnato precisamente dal suo viaggio in America. Al tempo stesso, Jones evitò di dire che le sue idee in merito alla patologia di Ferenczi era state a lungo coltivate, avevano trovato una prima formulazione a partire dal periodo della collaborazione di Ferenczi con Rank, avevano trovato di che nutrirsi nei rapporti di Rickman della sua analisi con Ferenczi, e avevano infine trovato nell’articolo di Wiesbaden sul trauma, la prova finale della sua paranoia. Insomma, prudentemente, evitò tutti quei dettagli che avrebbero potuto rivelare una confusione fin troppo evidente tra patologia mentale ed eresia, spostando il baricentro narrativo verso le “violente crisi omicide” e le “idee deliranti" degli ultimi giorni di vita di Ferenci, ossia su qualcosa che non aveva avuto alcun ruolo nel modo in cui le sue convinzioni si erano originate e consolidate.
5. Reazioni alle imputazioni di Jones
Le imputazioni di Jones sui disturbi mentali di Rank e di Ferenczi furono accettate dalla comunità psicoanalitica senza essere verificate. Quando l’ultimo volume della biografia di Freud venne pubblicato, la reazione principale fu quella di fidarsi dei resoconti di Jones, mentre le persone che cercarono di protestare furono poche e senza voce in capitolo: trattandosi o di allievi o di parenti o di amici, eed essendo per lo più dissidenti loro stessi, vennero infatti identificati come “partigiani” dei “dissidenti Rank e Ferenczi", così da vanificare il valore delle loro testimonianze.
Il 13 ottobre 1957, sul The New York Times Book Review Lionel Trilling recensì il terzo volume di Vita e opere di Freud, dando un grande risalto al verdetto di Jones, fino al punto di renderne le affermazioni ancor più esagerate. Virginia P. Robinson, che occupava un posto importante alla Pennsylvania School of Sociale Work al tempo in cui Rank vi aveva insegnato (dal 1926 al 1937), scrisse immediatamente al The New York Times Book Review per protestare contro le affermazioni dell’autore della recensione, secondo cui Rank e Ferenczi “erano affetti da patologie mentali sfociate in ignobili tragedie” ed “erano caduti preda di malattie mentali estreme e infine erano morti pazzi [insane]". La lettera di protesta fu parzialmente pubblicata il 17 novembre 1957, insieme ad una ritrattazione di Trilling, il quale, comunque “non avrebbe potuto nemmeno iniziare a porre rimedio al danno già fatto con la sua recensione” (Lieberman, 1985, p. 400).
Come è stato chiarito da James Lieberman, Trilling aveva spedito a Jones una copia dell'articolo in anticipo e l’11 ottobre 1957 Jones aveva risposto: “Spero che non ti metterai nei guai dicendo che Otto Rank morì pazzo. La malattia maniaco-depressiva è una psicosi solo in senso medico, e solo molto raramente certe fasi, come ad esempio la melanconia acuta, diventano pazzia nel senso comune del termine” (riportato da Lieberman, 1985, p. 446, nota 2). Jones aveva anche aggiunto che gli anni che Rank aveva passato a New York erano stati pieni di successi, e Trilling incluse nella sua ritrattazione le rettifiche suggerite da Jones. Comunque, la ritrattazione passò inosservata e fino agli anni 1980 in molti libri di psicoanalisi Rank continuò ad essere dipinto come un pazzo, al punto che “considerando la durata e l’estensione dell’attacco a Rank, questo episodio occupa un posto di tutto rilievo tra i casi di assassinio psicoanalitico dell’anima” (Lieberman, 1985, p. xiii).
Pochi giorni dopo la rettifica di Trilling, nella sezione domenicale del The New York Times apparve un articolo a firma di Morton M. Hunt intitolato Come gli analisti tengono il passo, in cui veniva nuovamente riportata la dichiarazione di Jones secondo cui Ferenczi era morto dopo aver sviluppato una grave forma di psicosi. Questa volta fu Clara Thompson a reagire inviando al The New York Times, il 26 Novembre, una lettera di protesta in cui si diceva:
Al tempo della malattia di Ferenczi vivevo a Budapest e sono stata nelle condizioni di visitarlo quasi tutti i giorni fino alla sua morte. Posso assicurarvi che non ha mai mostrato nessun comportamento che potesse essere definito come pazzo, a parte rari momenti di lieve confusione che si riscontrano comunemente in persone affette da malattie senza più speranza. Certamente non ha mai mostrato alcun segno di attività maniacale o omicida, né ho mai avuto sentore di tutto ciò fino alla pubblicazione del libro di Jones. Da allora molti lettori hanno accettato questa dichiarazione come un dato di fatto.
In verità, fino all’ultimo momento ha mostrato l’interesse di sempre per tutti coloro che gli erano vicini, e ha cercato di prepararci alla propria morte.
Michael Balint, l’allievo più vicino a Ferenczi nonché suo esecutore letterario, prese una posizione analoga in una lettera indirizzata all’editore dell’International Journal of Psychoanalysis, precedentemente concordata con Jones.9 Balint affermò che “nonostante la progressiva debolezza fisica, la sua mente … rimase sempre chiara e in più occasioni ha dettagliatamente discusso con me la sua controversia con Freud” (Balint, 1958, p. 66). La lettera può oggi apparire fin troppo cauta e diplomatica; tuttavia Balint propose astutamente di prender semplicemente nota del disaccordo e “affidare alla prossima generazione il compito di far venir fuori la verità” (p. 66), comunicando così l’idea che la sua generazione non aveva un’inclinazione sufficientemente forte per la verità. La lettera fu pubblicata nel primo numero della rivista del 1958, insieme al commento di Jones, che riporto qui di seguito:
Comprendo sicuramente il dottor Balint nella sua situazione alquanto penosa. Naturalmente non mi verrebbe mai da mettere in dubbio l’affidabilità della sua memoria o l’accuratezza delle sue osservazioni. Ha però omesso di dire che esse sono compatibili anche con una diagnosi più grave, dato che è proprio dei pazienti paranoici sviare amici e parenti mostrando una completa lucidità su molti argomenti.
Nemmeno io potrei aspettarmi che il dottor Balint dubiti della mia buona fede. Ciò che ho scritto sugli ultimi giorni di Ferenczi è basato sulle affidabili prove di un testimone oculare.
Il valore degli ultimi scritti di Ferenczi rimane, come giustamente notato dal dottor Balint, controverso. Non ho fatto altro che registrare il mio plauso alle opinioni così fermamente espresse da Freud, Eitingon, e da tutti coloro che conoscevo nel 1933, per cui tali scritti erano stati in qualche modo influenzati da fattori soggettivi personali (Jones, 1958, p. 66; corsivo aggiunto).
Se confrontiamo la rapida marcia indietro rispetto a Rank con la sua fermezza nel mantenere valide le sue dicharazioni su Ferenczi, non possiamo far a meno di trarre la conclusione che Jones fosse davvero convinto della paranoia di Ferenczi e della difendibilità delle sue dichiarazioni. Egli non esitò ad affermare che “amici e parenti” di Ferenczi non possedevano la necessaria credibilità e che egli aveva basato le sue dichiarazioni – o, più precisamente, ciò che aveva scritto sugli “ultimi giorni di Ferenczi” – “sulle affidabili prove di un testimone oculare”. Ma il punto è che gli ultimi giorni di Ferenczi erano piuttosto ininfluenti rispetto alla lunga genesi delle convinzioni di Jones. E poi, come abbiamo visto eseminando la sua corrispondenza con Freud, dove non si menzionano nemmeno gli ultimi giorni di Ferenczi, Jones sostiene che la paranoia di Ferenczi era diventata di dominio pubblico grazie alla relazione di Wiesbaden – la stessa che, nella risposta a Balint, viene qualificata come semplicemente “controversa”. L’unico elemento che potrebbe essere stato aggiunto da un “testimone oculare” era il riferimento alla “violente crisi paranoidi ed anche omicide” degli ultimi mesi della vita di Ferenczi. Questo elemento, comunque, non fu essenziale per costruire l’immagine morbosa di Ferenczi, la quale non era certamente basata sulla “prova di un testimone oculare".
Nelle edizioni seguenti dell’International Journal of Psychoanalysis apparve una recensione del terzo volume della biografia di Freud. L’autore, Marjorie Brierley, non discute le imputazioni di Jones ma menzione “le storie di Rank e Ferenczi” con modalità che implicavano una fiducia incondizionata alle affermazioni di Jones, al punto da sfociare in un moderato rimprovero a Freud per aver tollerato accanto a sé delle persone siffatte (Brierley, 1958, p.423). E d’altra parte, poiché le “storie di Rank e Ferenczi” evocavano la questione della natura dogmatica della psicoanalisi, l’autrice fece del suo meglio per mettere in luce le qualità antitotalitarie di Freud:
Per quanto Freud possa esser stato preoccupato di preservare l’integrità della psicoanalisi, non si aspettava che i suoi seguaci accettassero indiscriminatamente le sue idee o che rinunciassero al loro diritto ad una ricerca indipendente. Una riprova di ciò è contenuta in una lettera circolare ai membri del ‘Comitato’ su Rank e Ferenczi: “La realtà dei fatti è questa: nemmeno l’armonia tra noi né il rispetto che avete spesso mostrato nei miei confronti, dovrebbe essere d’impedimento al libero impiego della vostra produttività. Non voglio che lavoriate in una certa direzione per farmi piacere, ma solo se essa si accorda con le vostre osservazioni e idee". Questo, in verità, è l’unico atteggiamento auspicabile per colui che ha fondato una scienza (Brierley, 1958, pp. 423-8).
Una visione opposta venne offerta in Psicoanalisi – scienza o linea politica?, un articolo che Erich Fromm scrisse in difesa di Rank e Ferenczi. Originariamente l’articolo apparve sul The Saturday Review del 14 giugno 1958 con il titolo Freud, friends, and feuds. 1. Scienticism or fanaticism? ed iniziava con la considerazione che la psicoanalisi non era solo una terapia e una teoria scientifica, ma anche un “movimento" che aveva “dato prova, a volte e in alcuni dei suoi rappresentati, di un fanatismo che di solito si trova soltanto nelle burocrazie religiose e politiche” (Fromm, 1958, p. 11).
Subito dopo la pubblicazione del Freud, volume tre, Fromm aveva condotto un’indagine indipendente, raccogliendo varie affermazioni di testimoni degli ultimi anni dei due uomini, le quali risultarono essere tutte in contrasto con le dichiarazioni di Jones. Basandosi su queste prove e sul fatto che Jones non “reclamava alcuna conoscenza diretta, né offriva alcuna prova a sostegno della supposta psicosi di Ferenczi” (l’articolo fu scritto prima della risposta di Jones a Balint), Fromm arrivò alla conclusione che:
Le asserzioni di Jones sulla psicosi di Rank e Ferenczi devono essere giudicate false e suscettibili del sospetto di essere il frutto di pio desiderio, motivato da vecchie gelosie personali e dal bisogno di risparmiare a Freud il rimprovero di essere stato duro e scortese con uomini che gli erano stati profondamente devoti (p. 13 e p. 55).
L’analisi di Fromm non si fermò qui. Egli spiegò che Rank e Ferenczi erano i perdenti di una lotta tra fazioni che risaliva ai primi anni venti, e che la ricostruzione fatta da Jones era una “riscrittura della storia” fatta da uno dei vincitori della lotta, e che era una riscrittura di tipo stalinista, dato che Jones aveva sostenuto che i perdenti erano stati fatti apparire psicotici proprio come gli stalinisti chiamavano “traditori” e “spie” i dissidenti che si ribellavano (p. 11). Insomma, secondo Fromm il trattamento riservato a Rank e Ferenczi nell’opera di Jones era l’espressione di una “linea di partito” che si manifestava non solo nel “grottesco attacco postumo contro uomini che avevano avuto un disaccordo con Freud", ma anche nel fatto che “molti di coloro che avevano recensito il libro di Jones avevano accettato le sue parole senza alcun atteggiamento critico o senza porsi alcuna domanda” (p. 11). Questo specifico problema veniva così annodato alla questione che più interessava Fromm: “Come è possibile che la psicoanalisi, che è una teoria e una terapia, abbia potuto trasformarsi in un siffatto movimento fanatico?” (p. 55). La risposta di Fromm prelude alla visione sviluppata nel libro La missione di Sigmund Freud (1959), in quanto mette a fuoco gli aspetti problematici dell’identificazione di Freud come capo politico e accusa la psicoanalisi di essere diventata “il sostituto di interessi radicali filosofici e politici, un nuovo credo che chiede ben poco ai suoi aderenti, oltre ad imparare a memoria la nomenclatura” (Fromm, 1958, p. 56). In breve, secondo Fromm, la psicoanalisi era governata da una burocrazia sterile, occupata in macchinazioni e intrighi insignificanti, che della grandezza di Freud e del suo reale radicalismo aveva ereditato ben poco. La leggenda “ufficiale” della pazzia di Ferenczi e Rank era utile a questo tipo di leadership burocratica, perché serviva “ad eliminare gli unici due discepoli creativi e ingegnosi del gruppo iniziale” dopo le defezioni di Adler e di Jung. Perché Winnicott per lo più non
cita Ferenczi?
L’articolo di Fromm venne pubblicato insieme ad una replica di Jacob Arlow, il quale riconobbe che le affermazioni di Jones su Rank e Ferenczi erano “pesanti” e che, “se dimostrate ingiustificate, avrebbero costituito un penoso errore”, rammaricandosi che Jones “non fosse più vivo per partecipare alla controversia e fornire i dati che potevano giustificare o confermare le affermazioni fatte” (Arlow, 1958, p. 14). Al tempo stesso, Arlow criticò duramente l’idea che le dichiarazioni di Jones fossero l’espressione di una “linea di partito”, perché la psicoanalisi non poteva essere paragonata ad “un movimento che promulga una rigida linea politica”, e perché era ridicolo considerare Jones come l’esponente di una linea di patito dominante dato che “per quindici anni Jones era stato identificato con una piccolo gruppo di minoranza all’interno della psicoanalisi, il gruppo che aveva abbracciato le vedute di Melanie Klein” (p. 14). Inoltre, secondo Arlow
Le innovazioni tecniche che Ferenczi introdusse sostenendo la sua teoria sui genitori che non amano [unloving parents], erano andate oltre i concetti psicoanalitici. Ferenczi dava ai suoi pazienti più che le interpretazioni: li faceva stare seduti sul suo grembo e li accarezzava. Questa può essere una terapia efficace, ma non è psicoanalisi (p.14).
Ancora una volta il punto cruciale è rappresentato dalla tecnica e dalle innovazioni teoriche di Ferenczi. Questi “andò oltre i concetti psicoanalitici” – il ché è senza dubbio vero, se ci riferiamo ai concetti psicoanalitici di quegli anni. La sua terapia non era psicoanalisi, il ché è ancora vero, se accettiamo che il concetto di “interpretazione” separi ciò che è psicoanalisi da ciò che non lo è. E però non è vero che la terapia di Ferenczi consistesse nel lasciar sedere i pazienti sul suo grembo e accarezzarli – malgrado il fatto che Ferenczi abbia potuto effettivamente trovarsi in tale situazione mentre trattava stati di profonda regressione. Il punto è che descrivere una terapia in tal modo è presentarla come una forma di abuso sessuale, come Arlow sapeva perfettamente. Allora, perché Arlow ha sentito il bisogno di travisare la terapia di Ferenczi? Quest’uomo era davvero così pericoloso per il movimento psicoanalitico che qualunque arma era buona per screditarlo? E non si rendeva conto, Arlow, che così dicendo, egli agiva proprio seguendo i dettami della linea del partito di cui aveva appena proclamato l’inesistenza? Mi riferisco al “partito della interpretazione” rappresentato da Abraham e Jones, che era uscito vincitore dalla crisi del 1924, sconfiggendo la prospettiva secondo cui l’“Erlebnis” (il vissuto) era altrettanto essenziale al processo psicoanalitico – la linea sostenuta da Rank e Ferenczi.
Mentre la maggior parte delle reazioni alle imputazioni di Jones era polarizzata in “partiti” opposti, la recensione di Robert Holt rappresentava un’eccezione, dato che in essa le pretese di “entrambe le fazioni” – di Rank e Ferenczi da un lato, e di Jones dall’altro – erano messe in dubbio:
È deludente vederlo [Jones] cadere così grossolanamente nella tipica fallacia dello psicoanalista: “analizzare” i propri avversari e scoprire che la loro opposizione ha una base nevrotica – o psicotica, come Jones avrebbe sostenuto di Rank e Ferenczi. I partigiani di questi ultimi stanno già dichiarando con sdegno che queste diagnosi sono gratuite e diffamatorie; certo, l’atteggiamento disinteressato di chi protesta può essere messo in dubbio, ma lo stesso vale per Jones. Ci si fiderebbe di più del racconto di Jones se egli avesse cautamente sostenuto le sue imputazioni con prove; su come davvero stanno le cose, al di là della sua parola, abbiamo solo dei riferimenti a lettere non pubblicate (Holt, 1958, p.147).
La recensione di Holt era una delle poche in cui la tendenza di Jones a patologizzare gli oppositori era criticata e in cui si richiedevano ulteriori prove. Questo rende ancora più impressionante la mancanza di credibilità attribuita alle persone che, di fronte al verdetto di Jones, avevano reagito protestando. Anche Holt credeva che “ l’atteggiamento disinteressato di chi protesta” dovesse essere considerato “dubbio”. Ma il punto è che quelli che avevano protestato, essendo gli unici vicini a Rank e Ferenczi, erano anche gli unici che si trovavano nella posizione di confermare o confutare le dichiarazioni di Jones. Ci imbattiamo così nella seguente situazione paradossale: Jones aveva fatto una affermazione empirica; c’erano molti testimoni che potevano invalidarla, ma delle loro testimonianze non si poteva fare alcun uso.
6. Riesame delle testimonianze dei dissidenti
Le testimonianze dei dissidenti meritano di essere riesaminate. Il 22 ottobre 1957, Izette de Forest inviò a Erich Fromm due recensioni del terzo volume di Vita e opera di Freud, evidenziando le contraddizioni nelle dichiarazioni di Jones e invitandolo a scrivere una replica. Izette de Forest era stata in analisi con Ferenczi nel 1925-27 e di nuovo nel 1929, nel il periodo in cui, egli stava diventando acutamente consapevole di quanto fosse insoddisfatto di alcuni aspetti cruciali dell’approccio freudiano, e tentava di raggiungere una comprensione più profonda dei bisogni espressi dai nevrotici e dell’arte di riscoprire e ripristinare la loro personalità innata sottostante (de Forest, 1954, p. xi).
Più tardi era stata anche allieva di Erich Fromm, dato che considerava la sua teoria dello sviluppo dell’integrità della personalità del paziente come una continuazione dell’insegnamento di Ferenczi. Grazie a sua cugina Dorothy Burlingham, Isette de Foreset aveva fatto parte del circolo ristretto del Professore e di sua figlia Anna, e così poteva fornire a Fromm, che non aveva mai avuto l’opportunità di incontrare Freud di persona, quelle informazioni di prima mano di cui egli aveva bisogno. Proprio in questo periodo egli aveva infatti sviluppato un grande interesse per la vita privata del fondatore del movimento psicoanalitico. Fromm aveva attentamente studiato i primi due volumi della biografia scritta da Jones e, nei ricordi della de Forest, cercava conferme della sua ipotesi sulla personalità autoritaria di Freud e sulla sua dipendenza da figure materne. Secondo Fromm (1959), Freud aveva trasferito sui suoi seguaci la propria dipendenza da una figura materna che dava amore, ammirazione e protezione, vivendo così i segnali di una loro indipendenza – perlomeno rispetto ai seguaci più vicini – come un abbandono traumatico e un tradimento.
È piuttosto significativo che anche per Ferenczi l’idealizzazione della madre e l’impotenza verso di lei era il tema centrale della psicologia di Freud (Ferenczi, 1932b, nota del 4 agosto 1932). Fromm aveva incontrato Ferenczi diverse volte a Baden Baden, al sanatorio di Groddeck, e ne era stato molto colpito. In una lettera del 20 luglio 1979, indirizzata a Paul Roazen, riportò il seguente ricordo:
Pensavo di raccontarle una scena in cui Groddeck, nel suo stile magistrale e schietto, criticò l’organizzazione psicoanalitica ufficiale e il suo programma d’insegnamento riducendolo a brandelli. Ero allora un giovane analista che credeva nell’autorità di Freud e nella gerarchia analitica, e ricordo ancora il mio shock e la mia sorpresa nel sentir pronunciare tutte quelle cose blasfeme senza che Ferenczi facesse nulla per controbatterle. Si sedette lì, ascoltò, e per quanto ricordo, non disse una parola.
Negli anni successivi, Fromm avrebbe modificato il suo atteggiamento verso la gerarchia analitica. Come conseguenza delle sue molte delusioni, tra cui la perdita dell’affiliazione all’IPA,10 cominciò a pensare alla creazione di un’organizzazione psicoanalitica non-gerarchica, in cui la psicoanalisi avrebbe potuto esistere insieme al coraggio intellettuale. Come scrisse a Clara Thompson il 12 aprile 1956:
È soltanto fino ad un certo punto che la creatività in ambito teoretico è frutto di talento. Per buona parte è una questione di carattere, di coraggio e di integrità, si deve essere capaci di vedere le cose con chiarezza e di penetrare la superficie dell’opinione pubblica e del senso comune.
Questo retroscena ci fa capire perché, un anno dopo, Fromm accettò immediatamente l’invito della de Forest di scrivere una replica alle imputazioni di Jones. Il 29 ottobre 1957, Fromm propose a Norman Cousins, editore di The Saturday Review, di scrivere un articolo sullo sviluppo totalitario della psicoanalisi. Spiegò che Jones aveva dichiarato Rank e Ferenczi “pazzi al tempo della loro defezione” senza fornire le prove di questa dichiarazione, mentre “vi sono alcune persone ancora vive, che conoscevano Rank e Ferenczi a quel tempo e che possono testimoniare che nessun segno di pazzia era stato allora notato". Il 31 ottobre, scrisse alla de Forest:
Credo che la questione di fondo sia il modo tipicamente stalinista di riscrivere la storia. Gli stalinisti assassinano l’anima degli oppositori chiamandoli spie e traditori. I freudiano lo fanno chiamandoli “malati di mente”. Penso che neppure Freud avrebbe approvato questo trattamento scorretto e, per inciso, Jones non sembra rendersi conto del cattivo servizio che rende alla psicoanalisi. Il quadro che egli traccia del comitato centrale è che due dei suoi membri, e i più fidati, divennero malati di mente. Di uno, il Dr. Sachs, dice che Freud aveva detto che non avrebbe dovuto nemmeno farvi parte. Di Eitingon dice che non era troppo brillante. Non rimangono che Abraham e Jones, i quali, secondo la stessa testimonianza di Jones, erano costantemente occupati nelle dispute più meschine con gli altri membri. Un magnifico ritratto del gruppo di quelli che pretendono di rappresentare la sanità che viene dalla psicoanalisi” (Corsivo aggiunto).
Queste linee appaiono anche nella lettera che Fromm inviò lo stesso giorno a Clara Thompson, per chiederle un resoconto scritto sullo stato mentale di Ferenczi. La Thompson rispose il 5 novembre: aveva già discusso la questione con Elma Laurvik, la figliastra di Ferenczi, e suggeriva a Fromm di contattare anche Alice Lowell e Michael Balint. Nella lettera incluse una lunga testimonianza, da cui è tratto il seguente riassunto:
Mentre era in viaggio per il congresso di Wiesbaden, che si tenne nel settembre del 1932, [Ferenczi] si fermò a Vienna per fare visita a Freud. Sembra che sia stato un gran brutto momento. Quando quella notte salì sul treno, mi disse che era stato terribile, che Freud gli aveva detto che poteva presentare la relazione a Wiesbaden, ma non avrebbe mai dovuto pubblicarla. Voleva che glielo promettesse, ma non penso che Ferenczi lo abbia fatto.
In quei giorni, che io sappia, nessuno ha pensato che fosse già fisicamente malato… Era rimasto molto scosso dal colloquio con Freud. Quando presentò la relazione, aveva l’aspetto di un cadavere…
Dopo il congresso “si scoprì che il suo emocromo era del 50% sotto alla media e che era affetto da anemia perniciosa”; “riprese il lavoro il primo di novembre e continuò fino ad aprile circa. In febbraio ebbe il coraggio di dimettere una paziente che lo aveva tiranneggiato per anni, Elisabeth Severn”.11 A marzo, cominciò a mostrare segni di degenerazione del midollo spinale. È chiamata sclerosi combinata e a volte si presenta nel corso di una anemia perniciosa. Aveva difficoltà a camminare e una volta è caduto senza ragioni apparenti. Era preoccupato e temeva di avere una paralisi progressiva (deterioramento cerebrale da sifilide). Non so se abbia mai avuto la sifilide, comunque, un giorno mi chiese di controllare la reazione dei suoi occhi alla luce (uno dei test per la paralisi progressiva). Mi disse che sapeva che io non gli avrei mentito, ma che non era altrettanto sicuro del suo medico. Lo controllai con timore e tremore e – grazie a Dio – i suoi occhi reagirono alla luce perfettamente – così non dovetti mentirgli. Tutto ciò deve essere successo ad aprile.
Questa parte della testimonianza della Thompson è molto importante poiché offre un contenuto plausibile al riferimento di Ferenczi al suo “crollo nervoso” – poi trasformato da Freud in “episodio delirante". Per inquadrare questo punto, si deve sapere che la fobia per la sifilide era un sintomo piuttosto ricorrente in Ferenczi, e aveva caratterizzato anche il suo transfert iniziale verso Freud nel 1912 (vedi Bonomi, 1997). La Thompson, inoltre, così descrisse le ultime tre settimane:
Andavo a fargli visita regolarmente e insieme chiacchieravamo, naturalmente non di questioni profonde o disturbanti, anche se egli cercò davvero di prepararmi al fatto che stava morendo. Ero io a non reggere …
Credo che nei suoi ultimi due mesi di vita vi fosse un qualche deterioramento mentale.
Mostrava cioè dei difetti di memoria e delle dimenticanze caratteristiche delle malattie cerebrali organiche, ma penso che il deterioramento fosse minimo e che facesse parte del quadro clinico terminale. Cercare di farlo risalire agli anni precedenti e spiegare con ciò il suo pensiero è, quantomeno, criminale. Ritengo che fosse un uomo disturbato e che alcune delle sue procedure possono essere criticate, ma non credo che esse fossero prove di psicosi, e dubito che Elizabeth Severn voglia sottoscrivere quella spiegazione. Certamente egli non fu mai maniacale e omicida. Chiamare paranoide la sua idea di essere stato maltrattato da Freud è, ovviamente, negare i fatti.
Il 7 novembre 1957, Izette de Forest mandò a Fromm altri due resoconti. Il primo riguardava il suo rapporto con Sándor Ferenczi nel periodo tra il 1925 e il 1933; come spiegò a Fromm, esso mirava a mostrare “come egli avesse iniziato a deviare già molto tempo prima della sua morte, e certamente non era mentalmente o emotivamente disturbato allora, né in seguito, tranne che per la tristezza per il trattamento offensivo di Freud, l’ultima volta che lo vide”. Il secondo era proprio sull’ultima visita di Ferenczi a Freud. Era scritto come se Ferenczi stesse parlando, e conteneva alcune imprecisioni.12 Il resoconto finiva con le seguenti parole:
Il Professore ascoltò la mia esposizione con crescente impazienza e finalmente mi avvertì che mi stavo addentrando in un terreno pericoloso e che mi stavo radicalmente allontanando dai modi e dalle tecniche tradizionali della psicoanalisi. L’arrendersi alle brame e ai desideri del paziente – non importa quanto genuini – avrebbero aumentato la sua dipendenza dall’analista, mentre tale dipendenza può venire distrutta soltanto con l’isolamento emozionale dell’analista. Nelle mani di un analista inesperto, disse il Professore, il mio metodo può facilmente portare all’indulgenza sessuale piuttosto che essere un’espressione di devozione genitoriale.
Con questo avvertimento si concluse il colloquio. Tesi la mano in un affettuoso saluto, ma il Professore si girò e uscì dalla stanza. Non lo avrei mai più rivisto.
Secondo la de Forest, “il cuore di Ferenczi venne profondamente ferito dall’esperienza di questo addio”. Il 7 novembre 1957, la de Forest scrisse anche a Elma Laurvik, informandola delle intenzioni di Fromm e chiedendole di scrivere una descrizione dello stato mentale di Ferenczi nei suoi ultimi anni. La Laurvik era stata terribilmente sconvolta dai commenti sul terzo volume di Jones apparsi nel New York Times e nell’Herald Tribune, e pensava che si doveva fare qualcosa. Era stata testimone della malattia del patrigno fino alla fine, ma non conoscendo niente della parte medica del caso, temeva che le sue parole potessero essere attaccate da Jones, perciò, l’8 novembre 1957, pregò Michael Balint e, tramite lui, Lajos Lévy, che era stato il medico di Ferenczi, di prendere una posizione ufficiale. Per incoraggiarla, Fromm scrisse a Elma Laurvik: “sento che questo tentativo di assassinio dell’anima di tipo psichiatrico non deve rimanere senza risposta” (Fromm a Laurvik, 12.11.1957). Dopodiché stese una dichiarazione di una pagina sulla malattia di Ferenczi che venne spedita a Fromm il 20 novembre. La dichiarazione conteneva le seguenti parole:
Abbiamo notato i primi sintomi della malattia che lo colpì, l’anemia perniciosa, nella primavera del 1932… Le sue condizioni peggiorarono visibilmente nell’autunno del 1932… Dopo di allora era spesso depresso e si vedeva che era preoccupato e preso da se stesso, ma mentalmente era come prima, attento e acuto. … Il 28 febbraio 1933 alcuni nostri parenti festeggiavano il 25° anniversario del loro matrimonio … Degli ospiti che non erano stati informati delle condizioni del dottor Ferenczi furono stupiti di trovarlo così pallido e debole ma NESSUNO notò alcun cambiamento nelle sue capacità MENTALI. Questo accadeva tre mesi prima della sua morte. Lavorò con alcuni dei suoi pazienti fino a un mese prima del trapasso. Trascorse le ultime due settimane a letto e negli ultimi giorni dovette essere alimentato. Il cibo gli veniva dato da una cameriera che il dottore amava molto e con cui scherzò fino all’ultimo giorno. Lei gli chiese se voleva del caffè e lui disse di sì. Il tempo di tornare con il caffè e il dottor Ferenczi era morto.
Anche Sophie Erdos, sorella di Sándor Ferenczi, scrisse una dichiarazione di una pagina sulla malattia del fratello, che fu spedita a Fromm il 25 novembre. Le seguenti parole fanno parte della sua testimonianza:
Ricordo molto bene la notte in cui notai per la PRIMA volta un cambiamento in mio fratello e capii che c’era qualcosa che non andava. Il 18 marzo 1933 (due mesi prima della sua morte) avevamo deciso di festeggiare il suo onomastico andando a cena in un ristorante con vari amici e membri della famiglia. Nonostante la musica gitana e gli schiamazzi tutt’intorno, mio fratello Sándor si addormentò. Eravamo tutti sbalorditi poiché non era mai successo prima. Abbiamo immediatamente interrotto la festa e li abbiamo accompagnati – Sándor e mia cognata Gisela – alla stazione dei taxi. Durante questo breve tragitto Sándor inciampò due volte, le sue ginocchia erano deboli. Il giorno successivo fu consultato il dottor L. Lévy, il quale ordinò a Sándor di fare delle analisi generali all’ospedale. Sfortunatamente i risultati delle analisi mostrarono che l’anemia perniciosa aveva preso l’intero sistema in modo così pervasivo che nessuna cura al fegato né altro lo avrebbe più potuto aiutare…
Sono indignata per le affermazioni di Jones. È certo che Sándor rimase in possesso delle sue facoltà mentali fino alla fine della sua vita. Era debole solo nel corpo. Noi, che lo abbiamo visto così spesso, avremmo notato dei cambiamenti mentali così come abbiamo notato che si era addormentato a cena nel corso della festa. Spero che il dottor Lajos Lévy lo riabiliti pubblicamente.
Ulteriori testimonianze furono fornite da Elisabeth Severn e Alice Lowell che, come Clara Thompson, erano state in analisi con Ferenczi fino agli ultimi mesi. La prima scrisse: “Fino a due mesi dalla morte, quando ho lasciato Budapest per tornare a New York, era in pieno possesso delle sue facoltà e non mostrava alcun segno di un qualsiasi squilibrio mentale” (Severn a Fromm, 29.11.1957). La seconda sottolineò che le affermazioni di Jones non avevano relazione con i fatti e concluse la lettera dicendo:
Naturalmente c’erano delle volte in cui era stanco e forse a disagio, ma né in quelle occasioni, né in nessun altra, il suo modo di essere, di apparire e ciò che aveva da dire, furono in dissonanza con l’analista sano e intuitivo e con l’uomo che conoscevo da più di tre anni (Lowell a Fromm, 6.12.1957).
Un’altra breve testimonianza venne inviata da Sylvia Grossman, la segretaria di Groddeck, mentre Harry Bone, Doris Mode e J. Jessie Taft spedirono (direttamente o indirettamente) a Erich Fromm le loro memorie su Rank. La lettera di Harry Bone iniziava con una frase che esprimeva i sentimenti comuni a tutte queste persone: “Sono rimasto scioccato, colpito e arrabbiato quando, pochi giorni fa, ho appreso delle dichiarazioni di Jones secondo cui Rank era mentalmente malato" (Bone a Fromm, 19.11.1957). Fromm spedì l’articolo che stava preparando alla fine di novembre e quindi solo una piccola parte delle molte testimonianze che aveva ricevuto riuscirono ad esservi menzionate.
Qual è il valore di queste lettere e testimonianze? Sono fuorvianti, come suggerito da Jones, visto che “è una caratteristica dei pazienti paranoici sviare amici e parenti mostrando una completa lucidità su molti argomenti" (Jones, 1958, p. 66)? Sono espressione di faziosità, come temuto persino da accademici illuminati? O sono sufficientemente credibili da condurre alla conclusione che le “asserzioni di Jones sulle psicosi di Rank e Ferenczi devono essere giudicate non vere", come sostenuto da Fromm?
Queste lettere e testimonianze mostrano, innanzi tutto, che le asserzioni di Jones sulla pazzia di Rank e Ferenczi furono una sorpresa scioccante per le persone che erano state vicine ai due uomini, e una tale reazione è già di per sé segno che Rank e Ferenczi non morirono pazzi, perché, in caso contrario, le affermazioni di Jones non avrebbero avuto un effetto identico su persone diverse. Queste persone erano indignate e tentarono di ricostruire i fatti che, secondo loro, erano stati travisati o ignorati da Jones. Parenti, pazienti e amici di Ferenczi dettero la loro testimonianza quasi venticinque anni dopo la sua morte. Tale lasso di tempo non favorisce una buona ricostruzione, e in verità a volte le coordinate temporali sono errate, e però i racconti non si contraddicono gli uni con gli altri, ma producono un quadro d’insieme consistente e armonico. Inoltre, ogni testimonianza contiene uno o più ricordi dettagliati di eventi significativi, dando l’impressione di una ricostruzione vivace e sostanzialmente veritiera. In conclusione, sono credibili e offrono un’immagine di Ferenczi che non conferma le dichiarazioni fatte da Jones.
Queste testimonianze erano accessibili a chiunque fosse stato interessato a verificare le pesanti dichiarazioni di Jones. Nel 1957, inoltre, chiunque fosse stato interessato alla verità avrebbe potuto raccogliere informazioni direttamente dai testimoni oculari ancora in vita. Ma, come pare, nessuno lo fece eccetto Erich Fromm, il quale era un dissidente. Dovremmo arrivare alla conclusione che, in quegli anni, soltanto la condizione di dissidente dava accesso alla verità?
7. La via ortodossa alla verità: Anna Freud e l’anonimo “testimone oculare”
Nella sua replica a Fromm, Arlow si dispiacque che Jones “non fosse più in vita per… integrare i dati che potevano giustificare o confermare le dichiarazioni fatte” (Arlow, 1958, p.14). Jones morì nel febbraio del 1958. Tuttavia, pochi mesi prima, la questione della mancanza di prove corroboranti gli era stata indirizzata privatamente da Alexander Magoun. Non abbiamo la lettera di Magoun, ma solo la risposta di Jones, datata 28 novembre 1957:
Caro Sig. Magoun,
Penso che sia un totale non senso dire che ho attaccato Ferenczi, semplicemente ci sono persone che non possono reggere la verità. Lo stesso naturalmente vale per Freud, Rank, ecc.
Ho tutte le lettere che Ferenczi scrisse a Freud dal 1907 fino alla fine. Leggerle fa un’impressione molto penosa perché mostrano una personalità del tutto instabile e sofferente che io personalmente ho sempre amato. Ma la prova del progressivo deterioramento è troppo palese. Fino alla fine Freud voleva che egli fosse presidente dell’Associazione Internazionale, benché lo avesse consigliato di ritirare la relazione che aveva scritto per l’ultimo congresso poiché avrebbe leso la sua reputazione. Il presidente del congresso aveva rifiutato di ammettere un lavoro così chiaramente psicopatico, e fu solo per il mio intervento che gli fu permesso di leggerlo.
Naturalmente se qualcuno mi dovesse attaccare pubblicamente sarò costretto a produrre alcune delle prove che mi sono preoccupato di sopprimere nell’interesse dello stesso Ferenczi.
Distinti saluti,
(firmato) Ernest Jones
Fornì Jones i dati che potevano giustificare o validare le dichiarazioni che aveva fatto? L’occasione la ebbe, ma non la colse perché, così leggiamo nella risposta, egli amava Ferenczi e si era preoccupato di sopprimere le prove nel suo proprio interesse. Questo significa che le prove in suo possesso erano peggiori delle dichiarazioni pubbliche. E dato che la peggiore affermazione era quella sulle “violente crisi paranoidi ed anche omicide”, a quali conclusioni dobbiamo giungere? Assassinio?
Alexander Magoun era un amico intimo di Izette de Forest e le passò una copia della risposta di Jones, la quale circolò immediatamente tra le persone che erano state vicine a Ferenczi. Scrivendo a Fromm le sue riflessioni su questa lettera, la de Forest osservò:
Penso che abbiamo preso Jones in castagna, non credi? La sua minaccia alla fine della lettera, per esempio, quale “prova” ha eccetto le lettere di Ferenczi a Freud? Quale prova dei suoi “impulsi omicidi"? L’intera lettera, un tentativo di difendere se stesso da un completo sconosciuto, suona piena di paura!…
Questa lettera di Jones è certamente arrivata al momento giusto per il tuo uso, non è così? Se lui credesse veramente a quello che dice nel volume terzo, non dovrebbe difendersi da qualcuno di cui non ha mai sentito parlare, né dovrebbe lanciare minacce a chiunque lo critichi in pubblico (de Forest a Fromm, 3.12.1957).
Fromm notò seccamente che la risposta di Jones era “un vero ricatto” (Fromm a de Forest, 10.12.1957). Ciò che da questa lettera si intravvede è, inoltre, l’inizio della strategia difensiva che Jones avrebbe adottato nella sua risposta pubblica a Balint, dove l’ipotetica “prova” usata come ricatto nella lettera a Magoun sarebbe diventata “l’affidabile prova di un testimone oculare” chiamata in causa nella replica a Balint. Non dovremmo, forse, meravigliarci del fatto che Jones non rivelò immediatamente a Magoun che le sue dichiarazioni erano basate su un testimone oculare? O, viceversa, non dovremmo chiederci perché, nella sua risposta pubblica a Balint, Jones non disse che se non aveva addotto delle prove, lo aveva fatto nell’interesse di Ferenczi? Il punto è che Jones cambiò continuamente le proprie strategie argomentative, adattandole al contesto e all’interlocutore. Per esempio: egli menziona la corrispondenza tra Freud e Ferenczi come prova a Magoun, ma non a Balint, poiché tale corrispondenza era inaccessibile a Magoun, mentre Balint la conosceva (era stato lui a darla a Jones). Inoltre, nella lettera a Magoun, l’articolo di Wiesbaden è definito “chiaramente psicopatico", mentre nella lettera pubblica a Balint, è chiamato “controverso".
Nonostante le inconsistenze di Jones, la sua allusione ad un testimone oculare anonimo ebbe l’effetto di creare una pesante atmosfera di sospetti tra le persone vicine a Ferenczi. E ad un certo punto fu Lajos Lévy, il medico di Ferenczi, che venne sospettato di essere il testimone oculare paventato da Jones.
Vi è una ragione per questo. Fromm era riuscito a raccogliere molte testimonianze, ma non le più importanti, quelle di Michael Balint e Lajos Lévy. E se Balint aveva firmato la protesta apparsa sull’International Journal, in tutta questa vicenda Lévy non prese mai una posizione pubblica, nonostante che fosse l’unico tenuto a farlo, per etica professionale. Fromm sollecitò una descrizione dello stato mentale di Ferenczi da Balint il 12 novembre e da Lévy il 25 novembre 1957, anche se nelle lettere di quel periodo circolavano già dei dubbi sulla possibilità che essi potessero impegnarsi in modo palese. Elma Laurvik aveva scritto a Izette de Forest: “Non è possibile che sia Lévy che Balint, essendo stranieri, esitino a venire allo scoperto nel paese che li ospita, contro il famoso psichiatra dell’Inghilterra?” (lettera del 6.12.1957). E però, nonostante i dubbi, la famiglia di Ferenczi si attendeva una loro ferma reazione, come si capisce dalla seguente lettera indirizzata alla de Forest dalla Laurvik e firmata anche da Magda Ferenczi:
Spero certamente che tu abbia ragione quando dici che l’immagine di Sándor come grande studioso non possa essere intaccata dalle false imputazioni di Jones! Il seme è gettato e tutti gli analisti che sanno la verità su Sándor, dovrebbero alzare la loro voce ad ogni possibile occasione. Non vedo l’ora di leggere l’articolo di Fromm, la prima persona che ha levato la voce (lettera del 23.3.1958).
Ma, diversamente da Izette de Forest, Clara Thompson, Alice Lowell, Erich Fromm ed altri, che vivevano in America, avevano una posizione in proprio e non avevano obblighi come psicanalisti, essendo già dei dissidenti, Lévy e Balint, in quanto ebrei ungheresi, abitanti in Inghilterra dopo la seconda Guerra Mondiale e l’invasione dell’Ungheria nel 1956 da parte dei sovietici, dipendevano molto dalle buone relazioni con gli istituti psichiatrici in Inghilterra.13
Balint rispose alle lettere che gli avevano mandato Izette de Forest e Emma Laurvik ma non a quella di Fromm. Il 13 novembre 1957, scrisse alla Laurvik informandola di aver già discusso diverse volte la questione con Lajos Lévy, che entrambi erano d’accordo sulla necessità di fare qualcosa, ma che volevano prima di tutto discutere l’intera faccenda con Anna Freud. Una ulteriore difficoltà era data dal fatto che, allora, Jones era gravemente malato. Il 30 novembre 1957, Lajos Lèvy rispose all’invito di Fromm con tono piuttosto freddo:
Caro dottor Fromm,
Nel caso in cui un confronto accurato tra i mie ricordi di Ferenczi e ciò che Jones ha scritto nel terzo volume della biografia di Freud mi convinca che dovrei fare delle correzioni, lo farò.
Tuttavia, questo non può essere fatto immediatamente e sconsideratamente, specialmente perché, come certamente lei saprà, il dottor Jones è gravemente malato e io non posso, né voglio, entrare in polemica con un moribondo.
Chi conosceva Ferenczi ha certamente un’idea esatta della sua personalità brillante. L’impressione che di lui possono farsi quei lettori della biografia che non lo conoscevano, può e deve aspettare momenti più adatti per essere corretta.
Nella lettera indirizzata a Elma Laurvik il 13 novembre, Balint aveva scritto che il loro piano (suo e di Lévy) era di manifestare il loro dissenso rispetto le dichiarazioni di Jones inviando congiuntamente una lettera all’editore dell’International Journal. Tuttavia, per ragioni sconosciute, la lettera non venne poi firmata da Lajos Lévy, e dato che quella assenza combaciava con quanto Jones era andato dicendo in merito al suo segreto “testimone oculare”, Lévy venne alla fine sospettato di essere la prova paventata da Jones. Nel maggio 1958, Balint visitò Izette de Forest, la quale, il 25 di quel mese, scrisse a Fromm:
La scorsa domenica Michael Balint e la sua amabile – davvero amabile – moglie hanno preso il thé con me alla Longfellow House. Ero pronta a ritenerlo una sorta di politico, e il fatto di averlo trovato così piacevole è stato un vero sollievo; credo anche che voglia davvero riscattare Ferenczi, quando sarà il momento opportuno. Mi domando se hai avuto la stessa impressione quando lo hai visto. Abbiamo parlato apertamente di Jones e Ferenczi, e ha detto che Jones era terribilmente geloso e invidioso di F. per le sue capacità professionali, per la reputazione e per il suo rapporto con Freud. Poi mi ha chiesto se sapevo chi era vicino a Ferenczi negli ultimi mesi di vita. Sapevo soltanto di Clara [Thompson], Alice Lowell e Elizabeth Severn. Poi ha detto che Jones gli aveva riferito, quando lui (B.) ha insistito sul fatto che Ferenczi non era pazzo o omicida nei suoi ultimi giorni, che lui – Jones – aveva parlato con un “testimone oculare” ma non voleva rivelare chi fosse. Balint sta cercando di scoprire chi sia. Sospetta di Lévy ma dice che non lo affronterà in questa situazione poiché “Lévy è il tipo di persona che direbbe di tutto!” in altre parole completamente inaffidabile…
Di nuovo, nel poscritto, era ripetuto che Balint sospettava “che Lévy o qualcun altro avesse detto a Jones che Ferenczi al momento della sua morte era pazzo, insomma qualcosa di gradito a Jones…”. Izette de Forest aggiunse inoltre: “Perché Jones non ha citato nel suo libro ‘il testimone oculare’ come prova?”
Nell’estate del 1958, Anna Freud scrisse a Lajos Lévy. Ho avuto l’opportunità di leggere la risposta di Lévy a Anna Freud, una seconda risposta che Lévy inviò a Robert Wälder (che agiva per conto di Anna Freud), e la risposta finale di Anna Freud a Lévy. Queste tre lettere ci permettono di chiarire la sua posizione e di completare l’intero quadro.14 Dalla lettera scritta da Lévy ad Anna Freud l’8 settembre 1958, si può trarre l’impressione che quest’ultima stesse pensando all’eventualità di scrivere una replica all’articolo di Erich Fromm.15 La seconda lettera, del 18 ottobre 1958, è la risposta di Lévy alla richiesta di Robert Wälder di confermare o negare la dichiarazione di Jones sulla pazzia di Ferenczi. Sebbene Lévy inizi la lettera dichiarando che non poteva dare una risposta basata sulla “percezione medica” della questione, il resto della lettera era sostanzialmente un lungo e dettagliato rapporto medico. Lévy spiegò che, prima di essere affetto da anemia perniciosa, che spesso causa anche disturbi della memoria, Ferenczi non aveva mai mostrato traccia alcuna di manifestazioni paranoiche. Secondo lui, per Jones era sufficiente che Ferenczi avesse una opinione diversa da quella di Freud o da lui stesso, per considerare la cosa un segno di paranoia. Dopo aver presentato la storia del caso clinico di Ferenczi, Lévy ripeté di nuovo di non aver mai osservato in lui alcun sintomo di psicosi; quindi descrisse i sintomi e lo sviluppo della sua malattia terminale.
Nel corso della sua ultima visita a Freud, prima del congresso di Wiesbaden, al momento del commiato, Ferenczi era stato colpito da una paralisi motoria di origine incerta. Alcune settimane dopo, era stata diagnosticata dallo stesso Lévy una anemia perniciosa. Grazie ad una cura d’urto, Ferenczi fu in grado di riprendersi rapidamente e però, dall’inizio del marzo 1933, i sintomi di “mielite funiculare” iniziarono a diffondersi rapidamente. Si manifestarono disturbi motori, atassia degli arti superiori, disturbi della vista e incontinenza, e questi sintomi furono seguiti da “deliri relazionali e di persecuzione [Beziehungs– und Verfolgungswahnvorstellungen’]”, che sfociarono in azioni aggressive verso la moglie. Morì il “24 maggio 1933” (la data giusta è il 22 maggio) per un blocco respiratorio. A questo punto Lévy spiegò che le manifestazioni paranoiche sono frequenti nell’anemia grave e che esse devono essere attentamente distinte dalla vera paranoia. Secondo lui, Ferenczi non aveva una predisposizione alla paranoia. Lévy criticò inoltre Jones come biografo16 e concluse dicendo che era una persona completamente priva di capacità empatiche verso Ferenczi, anche per ragioni razziali e nazionali.
Il 20 ottobre 1958, Anna Freud scrisse a Lévy che era rimasta molto impressionata dal suo rapporto: lo considerava la prima descrizione della situazione chiara e oggettiva. Espresse anche il suo apprezzamento per le note conclusive e il suo rammarico per il fatto che Jones non lo avesse consultato prima di scrivere la biografia.
Come dobbiamo giudicare il rapporto di Lévy? Chiaramente, non conferma le dichiarazioni di Jones, eppure ci sono alcune differenze tra il suo rapporto medico e il resto delle testimonianze. Elma Laurvik e Sophie Erdos sostengono che in Ferenczi non c’era stato alcun evidente cambiamento mentale, ma solo fisico. Clara Thompson, che lo andò a trovare regolarmente ed era anche medico, notò alcuni deterioramenti mentali organici (difetti di memoria e dimenticanze) negli ultimi due mesi di vita, come parte del quadro clinico della sua malattia. Ma Lévy dice di aver osservato, tra i sintomi fisici, “deliri relazionali e di persecuzione” sfociati in azioni aggressive verso la moglie. In qualche modo questo combacia con le asserzioni di Jones sulle “violente crisi paranoidi ed anche omicide” di Ferenczi, confermando l’ipotesi che Lévy fosse davvero il “testimone oculare” che Jones minacciava di chiamare allo scoperto. Eppure, non possiamo evitare di trarre la conclusione che nemmeno il “testimone oculare” di Jones avrebbe confermato le sue dichiarazioni, dato che nel suo rapporto Lévy respinge le tesi di Jones e spiega i sintomi mentali come conseguenza di una grave anemia.
E poi, Lévy non aveva tutte le informazioni. In occasione della seconda ricaduta, quando Ferenczi cominciò a mostrare segni del deterioramento del midollo spinale e temeva che la paralisi fosse causata dalla sifilide, aveva chiesto a Clara Thompson di esaminare i suoi occhi, perché “non era sicuro che il suo medico non mentisse” (vedi sopra). Ferenczi non si fidava del tutto di lui, e così si era affidato alla sua allieva Clara Thompson, confidando solo a lei la sua paura che la causa della sua malattia neurologica inabilitante fosse la sifilide. Oltre ad essere una caratteristica ipocondriaca ricorrente di Ferenczi, la paura della sifilide rappresentava uno sforzo auto-interpretativo per trovare un significato coerente ai fenomeni spersonalizzanti che stava subendo. Evidentemente, in occasione della seconda ricaduta, Ferenczi sentì di perdere sia il controllo fisico che mentale. Probabilmente l’aggressione alla moglie, a cui si riferisce Lévy, faceva parte di questa situazione. Al stesso tempo, venne profondamente rassicurato dal risultato del test neurologico effettuato da Clara Thompson, al punto da riferirsi apertamente alla sua paura in una lettera a Freud, definendola un “crollo nervoso”. La qualità della sua auto-osservazione e il fatto di venir rassicurato da un test neurologico, sono chiari segni che egli non era “pazzo” nel senso suggerito da Jones. Probabilmente anche il fatto che si fidasse solo della sua analizzanda e allieva, rappresenta una reazione accorta e realistica, se si considera come persino la sua malattia terminale venne utilizzata contro di lui per eseguire quello che da alcuni è stato chiamato “assassinio dell’anima”. Dobbiamo a questo proposito ricordare il resoconto scritto retrospettivamente da Imre Hermann sulla sua ultima visita a Ferenczi, pochi giorni prima della sua morte: “Parlò, come al solito, nel suo modo riflessivo, era incerto sul futuro della società ungherese. Infatti menzionò il nome di un membro di cui non poteva fidarsi; questa diffidenza non derivava dalla paranoia, ma era basata su fatti” (Hermann, 1974, p. 116).
D’altra parte possiamo supporre che Jones avesse trovato nelle parole usate da Lévy per descrivere la malattia di Ferenczi una conferma delle sue idee, dato che egli era convinto della “evoluzione patologica” di Ferenczi già a Wiesbaden – godendo in questo dall’appoggio completo di Freud – e considerava la sua “paranoia” una notizia di pubblico dominio. Inoltre, il fatto che Jones fosse così sicuro del suo verdetto (in contrasto con l’immediata ritrattazione rispetto a Rank), fa pensare che egli fosse certo che Lévy avrebbe confermato le sue dichiarazioni. Al tempo stesso, Jones doveva essere anche consapevole della discrepanza tra quello che Lévy gli aveva detto e la propria reinterpretazione, altrimenti, come sottolineato da Izette de Forest, avrebbe citato il medico di Ferenczi come fonte delle sue dichiarazioni già nella biografia di Freud. Infine, il fatto che Lévy non abbia fatto alcuna dichiarazione pubblica, nonostante i suoi obblighi professionali e etici, può forse essere un segno della sua mancanza di coraggio, ma certamente è un segno della sottomissione e della complicità imposta dalla pressione del gruppo.17
8. Conclusioni
I documenti consultati (le lettere del 1929-33, le testimonianze dei dissidenti, la testimonianza di Lévy) non forniscono alcun sostegno al giudizio formulato da Jones sulla malattia mentale di Ferenczi. Al tempo stesso mostrano che questo giudizio non era il prodotto di un uomo isolato, ma rifletteva una credenza condivisa, che si era originata con il conflitto tra Freud e Ferenczi, sviluppandosi poi in due fasi.
Il conflitto riguardava la questione dell’interpretazione e della gestione della “ostilità” di Ferenczi. Facendo riconoscere e accettare la sua “ostilità”, Ferenczi voleva cambiare l’immagine mentale che Freud aveva di lui. Egli nutriva l’illusione di riuscire a far cambiare idea a Freud, o comunque non poteva rinunciare a tale illusione, perché riteneva che questo fosse l’unico modo possibile di diventare se stesso. Il bisogno di Ferenczi di vedersi riflesso nella mente di Freud, il fatto di sentirsi prigioniero dell’immagine di figlio obbediente in cui Freud continuava a tenerlo, e il suo ostinato desiderio di cambiare Freud nonostante Freud, tutti questi sono chiari segni di una incapacità nevrotica di accettare la realtà al di fuori di sé e di fare i conti con l’ambivalenza dentro di sé.
Tuttavia, la questione è più complessa perché Freud era anche il capo carismatico del movimento psicoanalitico, e quindi lottando per un nuovo posto nella mente di Freud, Ferenczi stava simultaneamente cercando di conquistare un posto da cui far sentire la propria voce critica all’interno del movimento psicoanalitico. Qui si potrebbe sostenere che un certo grado di “nevrosi”, cioè di incapacità di accettare la realtà e di assecondare l’ipocrisia, è necessaria per cambiare le istituzioni. Da questa prospettiva la questione della “pazzia” di Ferenczi appare indistinguibile dal rinnovamento della psicoanalisi.
Inizialmente, la credenza nella “pazzia” di Ferenczi era sorta all’interno di un piccolo gruppo di persone che avevano posizioni di comando nel movimento psicoanalitico. Gli elementi principali che avevano reso la credenza possibile erano la sua precedente collaborazione con Rank (che divenne un dissidente e fu bandito), il suo crescente isolamento e allontanamento da Freud, e le divergenze teoriche e tecniche. La rottura tra Freud e Ferenczi alla fine dell’agosto 1932 fu lo stimolo immediato per l’insorgere e il diffondersi della credenza nella pazzia di Ferenczi al congresso di Wiesbaden. Questa rottura era stata causata dal rifiuto da parte di Ferenczi della Presidenza offertagli da Freud come una “terapia d’urto”. O, detto altrimenti, era stata causata dal rifiuto di Ferenczi di una terapia che consisteva in un processo di identificazione con la causa comune.
A questo punto, la credenza era ancora vaga e sostanzialmente condizionata dalla mancanza di distinzione tra “patologia della mente” e “patologia degli scritti” (in particolare l’articolo di Wiesbaden era stato giudicato “paranoico”). Inoltre, la credenza non divenne ufficiale e non ebbe conseguenze formali, ad esclusione del ritiro della versione inglese dell’articolo di Wiesbaden dalla pubblicazione, dopo la morte di Ferenczi. Anche il rifiuto degli ultimi contributi di Ferenczi rimase informale e impreciso: le sue ultime teorie e tecniche non furono né studiate, né fatte oggetto di esame critico in discussioni pubbliche o in articoli pubblicati da altri analisti (ad eccezione di Franz Alexander che, comunque, più tardi si avvicinò sempre di più proprio all’impostazione che, criticando, aveva avuto modo di studiare).18 Alla lunga, questa situazione informale permise un processo di riabilitazione attraverso la pubblicazione dei suoi lavori, culminata nel 1949 nel cosiddetto “numero Ferenczi” dell’International Journal of Psychoanalysis. In questa occasione anche il saggio di Wiesbaden venne finalmente pubblicato in inglese, senza incontrare l’opposizione di Jones. Nello stesso periodo, Gisela Ferenczi e Michael Balint da una parte e Anna Freud e suo fratello dall’altra, avevano raggiunto un primo accordo informale sulla pubblicazione parziale della corrispondenza tra Freud e Ferenczi (Haynal, 1992, p. xxix).
Proprio perché c’era un processo di riabilitazione in corso, la seconda fase della patologizzazione di Ferenczi arrivò inattesa. Questa fase fu caratterizzata dal passaggio della credenza da un livello informale ad uno formale, e dal suo diffondersi all’interno del mainstream della comunità psicoanalitica. Lo strumento fu il terzo volume della biografia di Freud, in cui l’ultimo levarsi degli “spiriti maligni del dissenso” era stato discusso in un capitolo intitolato da Jones “Disunion” (“Dissensi” nell’edizione italiana). È probabile che, nel corso del lavoro preparatorio della biografia di Freud, la lettura delle varie corrispondenze avesse riattivato l’antica invidia e gelosia che Jones nutriva per Ferenczi. Tuttavia, il mito della malattia mentale di Ferenczi non può essere spiegato in base alla psicologia individuale di Jones. La mancanza di esame critico con cui questo mito venne accettato dai recensori, il suo rapido diffondersi, come pure la sua persistenza, tutto ciò indica che esso ha svolto una qualche funzione inconscia all’interno della comunità psicoanalitica.
A mio parere il mito era funzionale alla "unione" di questa comunità, cioé alla definizione morale dei suoi confini e dei suoi obblighi. Dobbiamo pensare che dopo la morte di Freud il livello dottrinale divenne più importante per identificare il rispetto e la dedizione alla comunità da parte dei membri. Inoltre, l'accento posto da Ferenczi sull'analista come persona reale era incompatibile con la concezione stretta della psicoanalisi che si stava imponendo in quegli anni. Questa concezione, di stampo medico, era basata sul rifiuto dei fattori affettivi e rappresentava una protezione contro la paura dell'analista di rimanere "prigioniero delle strutture emozionali dei loro pazienti", "ingarbugliato nella rete affettiva dei loro pazienti" (Friedman, 1978, p. 358). Come indicato da Friedman, l'analista "voleva stare al di sopra di essa, guardare dal di fuori di essa. Se gli analisti vi rimanevano presi dentro, sentivano che entrambi, paziente ed analista, sarebbero stati gettati insieme in una posizione decisa dalla nevrosi del paziente" (ibid.). Una volta, Winnicott ha detto che "la fuga nella normalità [flight into sanity] di Freud potrebbe essere qualcosa da cui, noi psicoanalisti, stiamo cercando di guarire" (Winnicott, 1964, p. 450). Ora, se chiamiamo "fuga nella normalità" l'indietreggiare di fronte all'essere catturato nella nevrosi del paziente, allora è facile vedere la narrativa della "pazzia" [insanity] di Ferenczi come la sua immagine allo specchio. La narrativa del caso clinico di Ferenczi, tragicamente finito nella solitudine, nel deterioramento mentale, nell’autodistruzione e nel biasimo, rappresentava un ammonimento ed aveva il valore normativo dell’esempio: "guardate che cosa capita a chi si lascia prendere nella relazione con i suoi pazienti nevrotici (o persino psicotici)!"
La libertà morale dei dissidenti da questo tipo di limiti potrebbe anche spiegare perché per loro era più facile protestare contro le false imputazioni di Jones. Dovremmo essere grati a dissidenti come Izette de Forest, Clara Thompson ed Erich Fromm per aver raccolto i documenti che dimostrano che anche in quegli anni era possibile verificare le pesanti dichiarazioni di Jones.
La storia di Anna Freud mostra che anche al centro della ortodossia psicoanalitica era possibile controllare le affermazioni di Jones. Grazie al rapporto di Lajos Lévy, Anna Freud giunse alla conclusione che l'imputazione di Jones era falsa. Eppure, non fece nulla per modificare l'impressione creata da Jones. Perché? Possiamo supporre che ammettere un errore così grave in relazione a Ferenczi avrebbe inevitabilmente riaperto anche la questione Rank, e cioé uno dei capitoli della storia del movimento psicoanalitico che era, se mai possibile, persino più meschino. E poiché le affermazioni di Jones sulla malattia mentale di Rank e di Ferenczi non erano limitate alle loro vite private, ma sincronizzate con la storia del Comitato segreto, della crisi del 1924 e del verdetto sulle loro posizioni teoriche ed innovazioni tecniche, l'ammissione che l'imputazione di Jones era falsa, avrebbe alimentato la critica degli aspetti dogmatici del mainstream psicoanalitico e distrutto la credibilità di larghe porzioni della biografia ufficiale di Freud. Quindi, Anna Freud deve esser giunta alla conclusione che la conservazione della credibilità del tutto valeva il sacrificio della parte. Proprio questa scelta rappresenta, in quanto espressione di totalitarismo, un’ulteriore conferma che l'analisi fatta da Fromm era fondamentalmente corretta.
Di conseguenza, il processo di riabilitazione di Ferenczi promosso da Bálint rimase bloccato per quasi tre decenni. La pubblicazione del Diario clinico di Ferenczi, così come della sua corrispondenza con Freud, venne continuamente rimandata (Bálint, 1985, Dupont, 1985, Haynal, 1992), diventando possibile solo nel 1985 - un anno che rappresenta l'inizio di un nuovo interesse per Ferenczi, ben riflesso dal crescente numero di studi a lui dedicati.19 Questa svolta è stata facilitata dal collasso di una definizione formale e dogmatica della psicoanalisi, dal superamento di una modalità di interazione autoritaria (unilaterale), dal nuovo rispetto per i fenomeni esplorati da Ferenczi come il trauma, il controtransfert, la regressione e il dolore psichico.
In questa nuova mentalità, la leggenda della pazzia di Ferenczi non ha trovato gli elementi necessari per sopravvivere e tende a scomparire con la stessa indifferenza e mancanza di giudizio critico che ha accompagnato la sua nascita. Così, in un articolo del 1994 scritto dal direttore degli Archivi Freud, Harold Blum dichiarò semplicemente: “sebbene traumatizzato da decorsi regressivi, Ferenczi non era pazzo e nemmeno la sua mente era ‘deteriorata’” (Blum, 1994, p. 876). Nessuna prova viene presentata a sostegno di questa nuova visione, come se la precedente dichiarazione ufficiale fosse stata una specie di scherzo, da non prendere troppo seriamente o alla lettera.20 Possiamo infine chiederci perché Ferenczi sia stato vissuto come pericoloso, quando egli non aveva intenzione di fondare una psicoanalisi alternativa, non aveva interessi di potere e come uomo era indifeso e vulnerabile.21 Io credo che sia stato l'atteggiamento critico di Ferenczi verso il processo di identificazione ad esser stato vissuto come una minaccia dai membri di un gruppo che funzionava principalmente proprio sulla base dell'identificazione con un maestro temuto e idealizzato. Dovremmo tener presente che Ferenczi apparteneva alla prima generazione degli psicanalisti che avevano vissuto l’analisi dalla prospettiva dei pazienti, e questo nonostante che la loro analisi fosse stata breve, incompleta o altrimenti insoddisfacente. Questa situazione generò un misto di delusioni penose e aspettative esagerate, che probabilmente sfociarono nell’idea difensiva della “infallibilità dell’analista”. Benché Ferenczi abbia nutrito enormi aspettative sulla possibilità di trovare una tecnica analitica giusta, una tecnica che si adattasse perfettamente ai bisogni del paziente, egli era anche convinto che la psicoanalisi si stesse sviluppando lungo una direzione sterile essenzialmente a causa del ruolo sempre più cruciale giocato dall’immagine difensiva dell’analista infallibile. Come è stato spiegato da Clara Thompson (1943, p. 64), Ferenczi si era opposto alla “idea sempre più popolare dell’analista passivo e non-reattivo, che non è altro che uno specchio in cui i sentimenti del paziente vengono riflessi"; egli era infatti convinto che una tale condotta “tendeva a produrre analisi intellettuali in cui non aveva luogo alcun cambiamento reale", e pensava che la tecnica in questione fosse essenzialmente mirata a comunicare al paziente “l’impressione dell’infallibilità, dell’autorità e della saggezza", riproducendo così una delle fonti tipiche dei disturbi nevrotici, “la sopravvalutazione del potere dei genitori".
Ferenczi riteneva che questa sopravvalutazione del potere dell’analista fosse l’ostacolo che più di ogni altro impediva all’analisi di diventare un’esperienza vitale e liberatoria. In altre parole, pensò che l’ostacolo era “l’analista”, e raccomandò ad ogni analista di smascherarsi e diventare una persona. A questo riguardo, il radicalismo di Ferenczi rappresentò un’utopia, radicata nella parte della sua personalità corrispondente al ruolo sociale di enfant terrible e alla sua vocazione personale di poppante saggio. Questa dimensione utopica era riflessa nella sua concezione del super-io come "intro-pressione" più o meno traumatica di una volontà aliena, nel suo rifiuto di basare la tecnica sull’identificazione con un analista infallibile, nell’evitare di usare il linguaggio tecnico della psicoanalisi e nella preferenza che egli accordava al linguaggio di tutti i giorni: una scelta, quest’ultima, particolarmente insidiosa, perché attraverso di essa comunicava la sua scarsa considerazione per i mezzi rituali di identificazione che tengono il gruppo unito.
Anche la sperimentazione incessante, gli alti e bassi, l'impetuoso spingere ogni cosa al di là dei limiti, può essere considerata un’espressione della sua direzione utopica, oltre a manifestare la mancanza di stabilità comunemente associata ad una carente identificazione. In effetti, con il suo egoista abbandono di ogni difesa e la caparbia ricerca di qualcosa che egli immaginava esserci dietro ad ogni facciata, arrivò quasi ad essere il testimone della dissoluzione dell’unità del Sé in parti divise, frammenti di pensiero, emanazioni di odio, terrore, visioni luminose, spiriti, angeli – come nel Diario clinico, il quale potrebbe essere considerato uno sguardo sul mondo così come ci apparirebbe una volta spogliato dalle identificazioni benevoli. La dissoluzione di Ferenczi avvenne quando, rifiutando la protezione benevola di Freud, decise di entrare in questo mondo - poiché l'identificazione è un mezzo di protezione, e Ferenczi ne era carente. E tuttavia, questo non è il punto. Il punto è che la sua personalità e i suoi insegnamenti erano in contrasto con, e facevano apparire ridicole, le qualità mimetiche richieste da una comunità psicoanalitica che stava diventando un’organizzazione burocratica.
Ricompensa:
i pazzi si mostrano sani; sincerità intellettuale e simbolica soltanto nei “pensieri", nei discorsi. La sincerità è trasformata. (Coraggio di criticare.) (Ferenczi, Diario Clinico, 19 luglio 1932).
Appendice: Della verifica allora ed ora
La ricezione del verdetto di Jones fu caratterizzata dalla mancanza di verifica. Un esempio della persistenza di questo comportamento è la recente edizione della corrispondenza completa di Freud e Jones, in cui il curatore, Andrei Paskauskas, dopo aver ricordato che “Roazen (1974) suggerisce che Jones abbia architettato queste asserzioni”, dichiara: “ma in realtà egli pensava di avere prove decisive a sostegno della sua posizione, e non solo da Freud. La diagnosi di Freud per citare Peter Gay (1988, p. 532) era una di una serie di resoconti che Jones aveva ottenuto durante gli anni” (Freud, 1993, pp. 832-833, nota 3). Oltre alla lettera di Jones a Freud del 3.6.1933, in cui è riportata l’opinione di Riviere, il curatore fa riferimento ad altre due lettere in cui si parla delle opinioni di Eitingon (15.1.1931) e di Rickman (9.9.1932), e delle quali abbiamo già parlato in dettaglio.
Per quanto sia di mia conoscenza, una delle ultime espressioni di questo tipo di prese di posizioni “automatiche” è l’articolo del 1993 di Johanna Krout Tabin, in cui viene detto che “Ferenczi mostrava aberrazioni mentali” tipiche dell’anemia perniciosa e che “l’ultima riga dell’articolo di Ferenczi (quello letto al 12° Congresso) dimostra la confusione mentale di cui stava dando spettacolo” (Tabin, 1993, p. 295). In questo caso l’affermazione non rimase senza risposta, ma sollecitò la reazione di Lewis Aron e Jay Frankel (1994), che scrissero un articolo così ben argomentato da non lasciar spazio ad ulteriori obiezioni. Se la credulità nel verdetto di Jones sta sbiadendo, è perché oggi gli psicanalisti sono più disposti ad accettare la critica.
Se la ricezione del verdetto di Jones fu caratterizzata dalla mancanza di verifica, ciò è avvenuto anche a causa della sfiducia verso le persone che, come Erich Fromm, cercavano di mantenere un atteggiamento critico. Poiché, a suo tempo, sia Rober Holt che Jacob Arlow ebbero dei dubbi sulle critiche espresse da Fromm sul verdetto di Jones, ho chiesto loro come considerano oggi le loro idee di quarant’anni fa. Holt, con cui avevo parlato prima di stendere questo scritto, mi ha mandato il seguente commento sulla sua recensione: “Vorrei solo aggiungere che a quel tempo, ero abbastanza credulone, ero ancora sotto l’influenza dei miei amici e insegnanti che idolatravano Freud, e pronto a credere a gran parte di quello che oggi riconosco come mito agiografico” (lettera dell’8 aprile 1996). Arlow, a cui ho mandato la prima versione di questo scritto, fece la seguente articolata riconsiderazione (lettera del 12 febbraio 1998). Per prima cosa egli nota che nel suo articolo del 1958 aveva manifestato dei dubbi, perché “da molto tempo era convinto dalle prove diventate disponibili solo di recente che il modo in cui Jones aveva presentato lo stato mentale di Ferenczi fosse completamente sbagliato”. Infatti aveva avuto la fortuna di avere come insegnante al New York Psychoanalytic Institute il dottor Bertram Lewin, il quale
Era un grande ammiratore di Ferenczi almeno nel suo seminario… Questo accadeva prima della pubblicazione della biografia di Freud redatta da Jones, così la supposta pazzia di Ferenczi e la sua deviazione dalla tecnica standard non venne mai fuori. Soltanto dopo l’apparizione della biografia di Jones è diventata qualcosa su cui discutere.
Arlow fa inoltre la seguente affermazione:
Rispetto al modo in cui nel 1958 Fromm usa l’idea di una “linea politica’, direi che era una scopa troppo larga, sebbene il concetto fosse sostanzialmente corretto. C’era effettivamente attorno a Freud un gruppo di faziosi veementi che non sopportavano alcuna critica o deviazione. … Di fatto … anch’io divenni un bersaglio di quel gruppo. Il risultato fu che incominciai a scoprire quanto il comportamento verso gli “eretici” della psicoanalisi fosse qualcosa di più di una semplice questione di differenze teoretiche, qualcosa che veniva immesso nel corso dell’insegnamento in forma di indottrinamento.
Secondo Arlow questo atteggiamento era “un conseguenza della natura del programma psicoanalitico, e in particolare riguardava gli effetti dell’analisi personale”. Egli nota che, come già affermato alla First Three-Institute Conference on Training Analysis, nel 1965, “in sostanza un’aura di onnipotenza e onniscienza circonda l’immagine dell’analista didatta”, che “facilmente si presta a confondersi con un Io ideale arcaico, o come il locus in cui vengono proiettate illusioni infantili di grandezza”. Dato che, “oltre all’analista didatta, naturalmente, c’era l’immagine di Sigmund Freud”, Arlow giunge ad una visione simile a quella espressa da Holt. Da questa prospettiva, la soppressione dell’atteggiamento critico sembra essere il naturale complemento della tendenza a idealizzare e idolatrare Freud.
Ho anche chiesto a Robert Wallerstein la sua opinione sull’effetto di questa soppressione, dato che egli è stato un attivo promotore della reintegrazione della linea di pensiero di Ferenczi nel mainstream psicoanalitico (Wallerstein, 1995). Egli ha scritto:
Io stesso sono uno di quelle persone che ha iniziato la formazione analitica qui in America nel decennio degli anni 1950, quando Ferenczi era una figura completamente ignorata, storia passata, perciò non abbiamo mai letto né discusso nei seminari nessuno dei suoi contributi nel periodo in cui ero un candidato. Anch’io lessi a quel tempo la biografia di Freud di Ernest Jones, e non avevo alcuna ragione per non credere alle imputazioni di Jones sullo stato mentale di Ferenczi. Insieme a un sacco di altra gente, ho dovuto totalmente rivedere le mie prospettive alla luce dell’accumularsi in questi ultimi anni dei contributi relativi alla rinascita dell’interesse per Ferenczi (lettera del 29.6.1998).
Da altre interviste con analisti formatisi negli anni 1950, sembra che Ferenczi non fosse sempre una figura totalmente trascurata; di solito era apprezzato per i suoi primi contributi e ignorato rispetto agli ultimi. Tuttavia Wallerstein dice una cosa che dovrebbe far riflettere: dice che non c’era ragione per cui uno non dovesse credere alla parola di Jones. Questo significa anche che la questione del credere o non credere, nelle vicende della psicoanalisi, tendeva ad essere gestita come un tutto, e che mettere in dubbio una parte voleva dire mettere in dubbio il tutto, corrispondentemente all’assunto che esisteva solo “Una psicoanalisi” (Wallerstein, 1988).
Negli ultimi anni si è comunque verificato un cambiamento strutturale, che è stato descritto come il passaggio da “Una” a “Molte psicoanalisi” (Wallerstein, 1988). Questa crisi o liberalizzazione della psicoanalisi è stata caratterizzata dalla dispersione della sua “unità” concreta. L’accresciuta tolleranza per la critica è stata sia la causa che l’effetto di questo cambiamento, il quale, strutturalmente, corrisponde a un diverso tipo di relazione tra le parti che consente una distribuzione diversificata del credere e non credere. In conseguenza di ciò, l’idea che si possa rifiutare una parte senza compromettere il tutto sta diventando un elemento costitutivo del nuovo senso comune. Inoltre, se prima la mancanza di verifica poteva essere funzionale alla preservazione del tutto, oggi sta diventando disfunzionale. Si potrebbe dire che oggi la critica sta diventando necessaria per dar vita al senso di unità che è generato dalla molteplicità.
Ringraziamenti
Questo articolo non sarebbe mai stato scritto senza l’aiuto di molti amici e colleghi. Vorrei ringraziare Rainer Funk, l’esecutore letterario di Erich Fromm, per il suo permesso di consultare la corrispondenza riservata degli Archivi Fromm (Ursrainer Ring 24, D-72076 Tübingen, Fax: +49-7071-600049, E-Mail: fromm@germanymail.com), e per il permesso esclusivo di citare in questo lavoro le seguenti lettere: Erich Fromm a Clara Thompson, 3.4.1956, 12.4.1956, e a Izette de Forest, 31.10.1957; Izette de Forest a Erich Fromm, 3.12.1957, 25.5.1958; Clara Thompson a The New York Times, 26.11.1957; Alice Lowell a Erich Fromm, 6.12.1957; Ernest Jones a Alexander Magoun, 28.11.1957; Lajos Lévy a Erich Fromm, 30.11.1957, Elma Laurvik a Izette de Forest, 23.3.1958; e dalle testimonianze di Clara Thompson (5.11.1957), Izette de Forest (7.11.1957); Elma Laurvik (20.11.1957), e Sophie Erdös (25.11.1957), sulla malattia e sull’ultimo periodo di vita di Ferenczi. Ringrazio Judith Dupont per avermi lasciato consultare ed usare la sua ricca collezione di lettere relative al verdetto di Jones sul deterioramento mentale di Ferenczi, e per il permesso di citare la parte di Ferenczi della corrispondenza tra Freud e Ferenczi non ancora pubblicata; i Sigmund Freud Copyrights per il permesso di citare dalle lettere non pubblicate di Freud a Ferenczi del 20.1.1930 e 18.9.1932, a Jeanne Lampl de Groot, del 23.10.1932 e 15.4.1933, a Eitingon 3.11.1932 e 3.4.1933 (rispetto alla quale ringrazio anche Michael Schröter); Axel and Peter Hoffer, e Elizabeth Young-Bruehl per avermi lasciato consultare il rapporto di Lajos Lévy ad Anna Freud; Ernst Falzeder per aver richiamato la mia attenzione a e avermi dato la sua trascrizione delle seguenti lettere: Sándor Ferenczi a Emilia Mayer-Gallin, 15.5.1933, Sigmund Freud a Jeanne Lampl de Groot, 8.10.1932, 23.10.1932, 14.4.1933, Eitingon, 3.11.1932, 3.4.1933; Judit Mészaros per avermi dato la sua trascrizione della lettera di Géza Róheim a Ernest Jones del 28.5.1933; Maarit Arppo per aver richiamato la mia attenzione alla lettera di Fromm a Clara Thompson del 12.4.1956; Paul Roazen per la lettera di Erich Fromm indirizzata a lui del 20.7.1970; Jacob Arlow e Robert Holt per avermi fatto avere la loro riconsiderazione delle loro idee del 1958; e Robert Wallerstein per la descrizione del suo cambiamento di prospettiva. Per informazioni utili, commenti e utili discussioni, vorrei ringraziare soprattutto Judith Dupont, Ernst Falzeder, André Haynal, Patrick Mahony, Irwin Hoffman, Nicholas Rand e Paul Roazen. Verso Ernst Falzeder sono inoltre debitore del titolo di questo lavoro “Flight into sanity.”
En: http://www.bonomicarlo.191.it/articoli/Fuga_nella_normalità.rtf
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