Giorgio
Antonelli.
Italia
in
Rivista di Psicologia Analitica, 49, Roma,
Astrolabio, 1994
Perché Winnicott per lo più non
cita Ferenczi?
Perché gli psicoanlisti per lo più non
riconoscono
il proprio ebito nei confronti del maestro ungherese?
Estratto
"Negli ultimi cinquant'anni" ha affermato Cremerius "Ferenczi è diventato
per molti autori la miniera a cui attingere materiale per le loro costruzioni
nuove, delle quali spesso non era citata la fonte, il che è vergognoso
per la tanto decantata onestà della scienza". La maggior parte degli
analisti sembra non considerare "né gli esperimenti tecnici né le
nuove vie teoriche di Ferenczi che oltrepassano Freud".
A parte la considerazione sull'onestà della
scienza (una posizione troppo semplicistica, dal momento
che è possibile ipotizzare meccanismi più profondi
alla base delle mancate citazioni) desidero verificare
l'assunto di Cremerius in relazione alla influenza
che Ferenczi ha presumibilmente esercitato su Winnicott.
Non intendo qui inoltrarmi in una disamina del. Voglio
semplicemente riferirmi ad alcuni assunti teorici,
che mi sembra i due psicoanalisti condividano, e in
particolare affrontare il discorso sul piano di quello
che facevano in analisi. In ambedue i casi è possibile
rilevare in azione una sorta di "equazione ferencziana" di
Winnicott.
Ci si può attendere che
un autore come Winnicott, influenzato dalla Klein e
da Balint (ambedue pazienti e allievi di Ferenczi),
mostri nella propria opera numerose consonanze con
lo psicoanalista ungherese. Ma Winnicott non è un
autore che ami citare Ferenczi. O, meglio, non è autore
che ami citare in genere. Egli era un custode geloso
del proprio spazio di originalità, "attento
alla propria vulnerabilità", come ha scritto
Robert Rodman, curatore del suo epistolario, un sostenitore
della tesi secondo cui esisterebbe in ogni individuo
una parte inviolabile, incomunicata, sacra, che non
vuole essere conosciuta. Un argomento, questo, con
cui Winnicott spiegava anche l'odio diffuso nei confronti
della psicoanalisi percepita come una sorta di grande
violatrice.
In un contributo letto alla
British Psycho-Analytical Society il 17 marzo 1954,
nel quale Winnicott affronta la metapsicologia della
regressione, i punti consonanti con le concezioni a
suo tempo intrattenute da Ferenczi sono numerosi e
di qualità: l'affidabilità dell'analista
(superiore a quella delle persone extra-analisi), la
distinzione tra realtà e fantasia (che in Ferenczi
diventa anche un criterio che sancisce il termine dell'analisi),
il collegarsi della malattia psicotica ad un "fallimento
dell'ambiente", fallimento avvenuto in uno stadio
precoce dello sviluppo, la ricostruzione in analisi
a partire da questo "difetto fondamentale" (nella
terminologia di Balint), l'evidenziazione della situazione
analitica come situazione nella quale vengono riprodotte
le primissime cure materne. Di qui il correlato ferencziano
di "benevolenza materna" e quelli winnicottiani
di "preoccupazione materna primaria", di "madre
sufficientemente buona", di "ambiente sufficientemente
buono", cui corrisponde il concetto di "un
adattamento sufficientemente buono da parte dell'analista" che
produrrebbe "un passaggio dal falso Sé al
vero Sé". Nel novero delle consonanze rientra
di diritto anche la problematica della capacità/incapacità di
solitudine, che, presa in considerazione da Ferenczi
in alcuni passi del Diario Clinico redatto nel 1932
(e in uno di questi connessa all'ipnosi materna e all'ipnosi
paterna, ovvero alla "sensazione di non essere
amato e di essere detestato" sensazione che "fa
sparire il desiderio di vivere, vale a dire di essere
riunificato"), viene tematizzata da Winnicott
in un suo contributo letto alla Società Psicoanalitica
Inglese il 24 luglio 1957 che reca il titolo La capacità di
essere solo. Alla base della capacità di essere
solo sta quella di essere solo in presenza di una persona.
Ovvia e feconda qui l'analogia con la situazione analitica,
sviluppata da Ferenczi soprattutto negli ultimi anni.
La solitudine implica, comunque la presenza di qualcuno "che
viene, in ultima analisi e inconsciamente, equato alla
madre".
Ulteriori esempi di consonanze,
che potrebbero anche significare influenze, sono stati
individuati da vari autori, in particolare, oltre che
da Cremerius, da Pierre Sabourin, autore d'una monografia
su Ferenczi, e dal già citato Peter Rudnytsky.
Sabourin ritiene che la lettura del Diario Clinico
di Ferenczi consenta di cogliere una concordanza notevole
tra Winnicott e lo psicoanalista ungherese. Il riferimento,
tra gli altri, investe l'importanza del gioco, "che
offre una mediazione per l'adattamento alle esigenze
materne", e la "costituzione del falso Sé".
Il falso Sé, scrive Winnicott, si sviluppa "su
una base di sottomissione" e "si organizza
per tenere a bada il mondo". La sua cifra è quella
della reattività a un fallimento dell'ambiente.
Si tratta qui, con altri termini, del concetto winnicottiano
di pressione ambientale (impingement) e della corrispettiva
necessità di reagire da parte del bambino, concetto
ampiamente sovrapponibile all'area di pensiero ferencziana.
La nozione, poi, di madre non
attendibile, imprevedibile (e la non attendibilità costituisce
una riconoscibile cifra del fallimento dell'ambiente)
si può legare alla definizione che Ferenczi
dà del "traumatico", inteso come ciò che è imprevisto,
insondabile, incalcolabile.
Quanto al vero Sé, appare
estremamente problematico concettualizzarlo. Masud
Khan ha espresso i suoi dubbi circa l'esistenza di
un vero Sé e ha denunciato gli estremi di nichilismo
e idealismo cui si sono spinti gli antipsichiatri Laing
e Cooper nella loro ricerca, definita "mitica" da
Khan, "di una personalità (di un Sé)
vera e unica". Neanche Winnicott sfuggirebbe alla
tendenza di considerare il concetto di Sé alla
stregua di "uno stato puro, non conflittuale e
idilliaco" . E a ciò potremmo aggiungere
che il bambino di Ferenczi è stato anch'esso
variamente stigmatizzato dagli psicoanalisti ortodossi
come riedizione del bambino asessuale precedente alla
rivoluzione freudiana, un bambino, dunque, altrettanto "mitico".
Winnicott ha comunque scritto
in merito al modo di manifestarsi del vero Sé.
Un esempio di manifestazione del vero Sé, altrimenti
nascosto, incomunicato, eppure ricco di impulsi, si
può rinvenire nel rifiuto a nutrirsi. Nei casi
più comuni, scrive Winnicott "si osserva
un certo senso di futilità per una vita che
viene sentita falsa e la ricerca costante di una vita
sentita come reale, anche se questo dovesse condurre
alla morte, ad esempio, per inedia". Il che fa
pensare a quel paziente greco di Ferenczi il cui "rigido
aggrapparsi alla tecnica della frustrazione" lo
spinse a proporre la rinuncia al cibo allo scopo di
accelerare l'analisi. Ferenczi intervenne soltanto
quando il paziente arrivò a proporre di arrestare
anche il respiro.
A parte il caso del paziente
greco, che contribuì a far mutare rotta terapeutica
allo psicoanalista ungherese (il quale, al pari di
Winnicott, era ben disposto ad accettare insegnamenti
dai suoi pazienti), prodromi del concetto di "falso
Sé" si possono rinvenire soprattutto negli
scritti dell'ultimo Ferenczi che sono senza dubbio
i suoi più originali e più fecondi di
futuri sviluppi. In particolare la distinzione, winnicottiana,
tra un vero Sé incomunicabile e un falso Sé che
comunica su basi di sudditanza, ovvero senza spontaneità,
col mondo esterno (adeguandosi alle richieste genitoriali,
accettandone passivamente le bugie e le imposizioni)
fa pensare da una parte alla concezione ferencziana
della confusione delle lingue e dall'altra alla sua
teoria della seduzione traumatica (recuperata da Ferenczi
e riportata in auge a dispetto del fatto che Freud
l'aveva abbastanza per tempo abbandonata). Si aggiunga
a ciò tutto il mondo di menzogna che ne consegue,
nelle forme ad esempio d'una sottomissione all'aggressore
per identificazione (Ferenczi dice: introiezione),
d'una negazione delle ragioni del proprio vissuto,
dei propri bisogni, della propria capacità di
percepire la realtà con relativa attribuzione
di realtà alla percezione manipolatoria dell'altro.
E' da ravvedere in questa problematica
il motivo che portava Ferenczi a ritenere necessaria
la comunicazione del proprio vissuto controtransferale
al paziente, pratica nella quale Winnicott non gli
sarebbe stato da meno e che, adottata tra gli altri
da autori come Sullivan e Frieda Fromm-Reichmann, è stata
ad esempio tematizzata da Searles. Il fatto è che,
come sostiene Winnicott, "il paziente può apprezzare
nell'analista solo ciò che egli stesso è capace
di sentire" e, se si tratta per lui di apprendere
l'odio, occorre che l'analista lo odii. L'ipotesi sottostante è che
la madre odii il suo bambino prima che questi possa
a sua volta odiarla e prima ancora che possa sapere
che sua madre lo odia. Il paziente ha bisogno di odio
per odiare e, scrive Winnicott, "non ci si può attendere
che uno psicotico in analisi tolleri il suo odio verso
l'analista finché l'analista non sarà capace
di odiare il paziente" . Nel corso dell'analisi
che con lui ebbe la psicoanalista Margaret Little,
sulla quale dovrò soffermarmi più avanti,
Winnicott ad esempio comunicò alla sua paziente
di odiarne la madre: "Io odio veramente sua madre".
Per quanto riguarda Ferenczi,
la comunicazione dei propri sentimenti in analisi,
ivi compresa la propria aggressività, ha a che
vedere con la necessità che il paziente ritorni
a nutrire fiducia nella correttezza delle proprie percezioni.
E' per questo che egli si pronuncia contro quello che
chiama "l'odio inespresso" capace di fissare "più di
una cattiva educazione" e lo fa a maggior ragione
perché ritiene che la gentilezza del medico
sia l'ipocrita maschera dietro cui si nasconde l'odio
per il malato.
Come è stato detto da
Searles può avvenire, ad esempio, che il paziente
psicotico avverta nel terapeuta la presenza di tendenze
omicide nei suoi confronti. Elizabeth Severn, ad esempio,
la paziente e psicoanalista che Ferenczi chiama "la
regina", percepiva in lui la tendenza ad ammazzare
o torturare i pazienti. Se, però, non riceve
la convalida, a livello cosciente, della propria percezione
dal terapeuta "il paziente sarà portato
ad allucinare una figura che ha tendenze omicide".
Ciò ovviamente ha conseguenze nel senso d'un
aggravarsi della frammentazione egoica. L'acting out
del paziente costituisce allora una risposta "ai
processi inconsci del terapeuta" o "una espressione
vicariante di essi".
Nella comunicazione fatta al
paziente rientra anche l'ammissione degli errori commessi
dall'analista, dal momento che il paziente li percepisce
e l'analista non può cambiare le carte in tavola,
confondere ulteriormente i linguaggi, con la conseguenza
di frammentare il paziente, di minare la sua fiducia,
di compromettere il lavoro analitico. Ancora una volta
le posizioni di Ferenczi e Winnicott appaiono "consonanti".
E ciò vale anche per Searles, ad esempio, per
il quale "è buona regola empirica presupporre
che quanto più profonda è la confusione
del paziente, tanto più acriticamente egli considera
onnisciente il suo terapeuta".
Searles cita volentieri a tale
riguardo i contributi di Leo Berman (per il quale gli
errori "svolgono probabilmente una funzione positiva
nel processo terapeutico" il che mette in condizione
il paziente di "esperire la realtà di una
persona che dedica se stessa al compito di aiutarlo
a crescere e che se la cava abbastanza bene nonostante
le evidenti difficoltà") e di Ruth Lidz
e T. Lidz (per i quali "è possibile che
la forza che il terapeuta deve trasmettere al paziente
derivi dalla sua integrità, che gli consente
di non aver bisogno di essere infallibile").
Winnicott riteneva che occorresse
spiegare gli errori, ovvero utilizzarli a scopo terapeutico.
Aveva scoperto infatti che i pazienti (egli non si
riferisce nel caso specifico ai pazienti nevrotici,
dotati di un "Io intatto") si servono delle
carenze dell'analista, si servono del suo errore "presente" alla
stregua d'una carenza passata, nei confronti della
quale poter esprimere, nel "presente" e alla "presenza" dell'analista,
tutta la loro collera. Un errore irrisolto, al contrario,
non consente l'espressione della collera, tiene bloccato
il processo al pregresso livello di interruzione emozionale,
allo stesso modo in cui, potremmo dire, la resistenza
interrompe il processo analitico. E qui si può comprendere
l'assunto di Lacan secondo il quale la resistenza del
paziente è in realtà la resistenza dell'analista.
Ferenczi giunse addirittura
al punto di ritenere vantaggioso il commettere "ogni
tanto degli errori, per poterli poi riconoscere apertamente".
Il problema è che i pazienti, almeno un certo
tipo di pazienti "difficili", non contraddicono
il loro analista, non lo incolpano dei suoi errori,
ma si identificano con l'analista, il quale può essere
del tutto inconsapevole della estrema sensibilità (ricettrice
in profondo di desideri, simpatie, odii) dei suoi pazienti.
Si può ingenerare e mantenere allora un qualcosa
di taciuto, di non comunicato, tra paziente e analista,
tale da rinforzare nel paziente la distorsione delle
sue percezioni (l'analista erra = io erro) e da minare
un vissuto di fiducia. Ferenczi scopre che comunicare
al paziente i propri errori, smettere l'abito di quella
che chiama "l'ipocrisia professionale", "scioglie
la lingua" al paziente, costruisce un ambiente
di fiducia. E' appunto tale costruzione della fiducia
a consentire al paziente di veder delineato un contrasto
(là dove prima c'era confusione) "tra il
presente e l'intollerabile passato traumatogeno".
Analogamente, come s'è già visto, s'esprime
Winnicott per il quale i fallimenti e gli errori dell'analista
costituiscono gli attivatori d'un processo che consente
al paziente di venire a capo del fallimento originario
dell'ambiente, venire a capo insomma del paradosso
in virtù del quale, come mostrerò più avanti,
qualcosa che ancora deve essere esperito è comunque
già accaduto.
E' su questi aspetti, in particolare,
che si sofferma Peter Rudnytsky nella sua breve disamina
delle consonanze ferencziane di Winnicott: relazione
tra ricordare ed esperire, l'errore dell'analista,
il concetto ferencziano di benevolenza materna (a fronte
d'un paziente in trance ridivenuto bambino) riformulato
come ambiente che tiene in Winnicott. Il legame che,
secondo Rudnytsky, sembra stabilirsi tra Ferenczi e
Winnicott non è quello d'una influenza del primo
sul secondo, ma d'una riformulazione più metodica
operata dal secondo che integra alla teoria psicoanalitica
contemporanea i contributi del primo. Così se
il concetto ferencziano di benevolenza materna, ovvero
dell'atteggiamento materno che l'analista deve assumere
nei confronti del paziente profondamente disturbato,
sembrò troppo radicale e sospetto ai tempi in
cui venne formulato, la riformulazione winnicottiana
in termini di "ambiente che tiene" riconferisce
allo stesso uno status di accettabilità e anzi
di giustezza tali da imporlo all'attenzione degli psicoanalisti
d'oggi.
In: http://www.giorgioantonelli.it/art24win.html
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